martedì 12 gennaio 2010

Il Cosumismo divora il pianeta

I consumi divorano il pianeta in 5 anni aumentati del 28%
I dati dello "State of the World 2010", il rapporto del Worldwatch institute. I 500 milioni di dindividui più ricchi del mondo sono responsabili del 50% delle emissioni globali di anidride carbonica. E due cani pastore tedeschi consumano in un anno più risorse di un abitante medio del Bangladesh
ANTONIO CIANCIULLO



QUALCHE zoommata: i bambini inglesi riconoscono più facilmente i diversi Pokémon che le specie di fauna selvatica; i bambini americani di due anni non sono in grado di leggere la lettera M, ma molti riconoscono gli archi a forma di M dei ristoranti McDonald's; due cani pastore tedeschi consumano più risorse in un anno di un abitante medio del Bangladesh. E un dato d'assieme: i 500 milioni di individui più ricchi del mondo (circa il 7 per cento della popolazione globale) sono responsabili del 50 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica, mentre i 3 miliardi più poveri sono responsabili di appena il 6 per cento delle emissioni di CO2.

Sono alcune delle cifre contenute nello State of the World 2010, il rapporto del Worldwatch Institute (appena uscito negli Stati Uniti, in Italia sarà pubblicato da Edizioni Ambiente) dedicato quest'anno soprattutto a un'analisi dei consumi. Ingozzarsi di cibo e di merci non fa bene né ai singoli né all'ambiente. Dal punto di vista della salute individuale c'è da notare che molti degli individui più longevi consumano 1.800-1.900 calorie al giorno, cibi poco trattati e pochissimi alimenti animali, mentre l'americano medio consuma 3.830 calorie al giorno. Dal punto di vista della salute globale c'è da rilevare che tra il 1950 e il 2005 la produzione di metalli è sestuplicata, il consumo di petrolio è aumentato di otto volte e quello di gas naturale di quattordici; un europeo medio usa 43 chilogrammi di risorse e un americano 88; a livello globale ogni giorno si prelevano risorse con le quali si potrebbero costruire 112 Empire State Building. Circa il 60 per cento dei servizi offerti gratuitamente dagli ecosistemi - regolazione climatica, fornitura di acqua dolce, smaltimento dei rifiuti, risorse ittiche - si sta impoverendo.


E la corsa a divorare il pianeta diventa sempre più veloce: negli ultimi cinque anni i consumi sono saliti del 28 per cento. Nel 2008, globalmente, si sono acquistati 68 milioni di veicoli, 85 milioni di frigoriferi, 297 milioni di computer e 1,2 miliardi di telefoni cellulari. Non sono aumenti dovuti solo all'incremento demografico: tra il 1960 e il 2006 la popolazione globale è cresciuta di un fattore 2,2, mentre la spesa pro capite in beni di consumo è quasi triplicata.

Non mancano comunque segnali positivi che mostrano l'irrobustirsi di fenomeni di controtendenza. Il rapporto americano cita, tra gli altri, due casi italiani. Il primo è il "piedibus", un sistema per mandare i bambini a scuola con accompagnatori che organizzano un percorso a piedi, con "fermate" per far aggregare al gruppo altri studenti. A Lecco ogni giorno 450 alunni delle scuole elementari raggiungono a piedi le classi seguendo 17 percorsi, accompagnati da un "conducente" e genitori volontari. Dalla loro creazione, nel 2003, questi "piedibus" hanno evitato circa 160 mila chilometri di spostamenti con veicoli a motore. Oltre a ridurre l'impatto ecologico, questo modo di andare a scuola insegna la sicurezza stradale e favorisce l'esercizio fisico.

Il secondo segnale positivo italiano segnalato dal Wordlwatch Institute riguarda le scuole romane. Il 67,5 per cento del cibo servito nelle scuole della capitale è biologico e in buona parte proviene da catene specializzate in prodotti del territorio o ha un certificato "equosolidale" o è stato prodotto da cooperative sociali che lavorano terra confiscata alla mafia.

(12 gennaio 2010)
http://www.repubblica.it/

mercoledì 17 giugno 2009

Discariche italiane in 2 anni piene

20:32 - CRONACA- 16 GIU 2009
Rifiuti,Assoambiente:Emergenza discariche,in 2 anni saranno piene


Il 47% degli urbani e il 44% degli speciali

Roma, 16 giu. (Apcom) - Tra due anni le discariche non potranno accogliere più rifiuti. E l'Italia è molto vicina all'emergenza. Lo afferma Fise-Assoambiente nel suo rapporto su "Gli impianti per il trattamento dei rifiuti in Italia". Gli impianti della penisola raggiungeranno i limiti autorizzati e non potranno, salvo eventuali nuove autorizzazioni o ampliamenti delle capacità esistenti, accogliere ulteriori quantità di rifiuti. In ogni caso "siamo in ritardo". Rischia così di allargarsi la situazione emergenziale vissuta recentemente da diverse regioni. Occorre "individuare e progettare tempestivamente soluzioni di smaltimento alternative". Nella ricerca, curata dalla Fondazione sviluppo sostenibile, l'associazione che in Confindustria rappresenta le aziende che operano in campo ambientale, ha messo al setaccio gli impianti di trattamento dei rifiuti presenti in Italia, evidenziando come, tra le diverse modalità di gestione, il conferimento in discarica ricopra ancora un ruolo dominante sia per i rifiuti urbani (47%), sia per quelli speciali, pericolosi e non (44%). Considerando il ricorso continuo a questa forma di smaltimento dei rifiuti, "a breve - scrive Assoambiente - l'Italia dovrà fare i conti con l'esaurimento delle capacità residue disponibili". In assenza di necessarie soluzioni alternative "non sarà possibile gestire a livello nazionale i rifiuti non avviabili al riciclo (circa 59,3 milioni di tonnellate nel 2007) e quelli prodotti al termine dei processi stessi del riciclo". Un ulteriore "campanello d'allarme", illustrato dalla ricerca, riguarda i tempi amministrativi e tecnici per realizzare non solo nuove discariche (nella peggiore delle ipotesi), ma eventualmente anche sistemi a tecnologia complessa, come, ad esempio, gli impianti di incenerimento. Sulla base delle esperienze sino ad oggi registrate, la tempistica media per la progettazione e messa in funzione di un impianto va da un minimo di quattro anni a un massimo di quasi sei. Il Paese si trova quindi "già oggi in notevole ritardo per la programmazione di soluzioni alternative o di potenziamento delle attuali capacità di smaltimento". Dal Rapporto emerge, inoltre, una forte disomogeneità nella distribuzione degli impianti di smaltimento sul territorio nazionale. La percentuale dei rifiuti, urbani e speciali, avviati all'incenerimento in Italia è pari al 12%, ben al di sotto della media riscontrata in ambito europeo (oltre 20%). La capacità di recupero energetico dei termovalorizzatori, distribuita in modo disomogeneo sul territorio nazionale (69,8% al Nord, 14,6% al Centro e 15,6% al Sud) non consente ampi margini di ulteriore sfruttamento, in particolare al Nord dove la capacità annua disponibile è utilizzata, soprattutto per i rifiuti urbani, per oltre il 90%. Al Centro e al Sud, dove la capacità utilizzata per i rifiuti urbani scende rispettivamente al 72% e al 42%, il quantitativo di rifiuti avviati a questo trattamento è significativamente inferiore rispetto alle quantità gestite in discarica, a causa soprattutto del minor costo di conferimento. Gli impianti di recupero dei rifiuti sono 6.404, con una capacità di trattamento autorizzata annua di 150,8 milioni di tonnellate, distribuite "in modo disomogeneo in ambito nazionale". Sul settore del riciclo gravano oggi numerosi fattori che ostacolano un'ulteriore crescita. I motivi sono legati non solo alla necessità di migliorare la qualità delle raccolte differenziate e allo sviluppo tecnologico degli impianti di riciclo, ma soprattutto alle difficoltà di potenziamento degli sbocchi di mercato per le materie prime secondarie, in particolare nell'attuale momento di crisi dei mercati e di crollo delle quotazioni dei materiali. "Per evitare future probabili situazione di emergenza - sostiene Pietro Colucci, presidente di Fise Assoambiente - è necessario promuovere un sistema impiantistico integrato, generazionale (almeno 20 anni), supportato da un quadro normativo stabile ed omogeneo, caratteristica fondamentale per garantire i necessari investimenti. A ciò si deve aggiungere una regolazione del mercato che favorisca lo sbocco dei materiali riciclati, per evitare la sottoutilizzazione delle capacità autorizzate, il blocco dello sviluppo di processi tecnologici e il mancato raggiungimento degli obiettivi di riciclaggio fissati in ambito europeo".

mercoledì 27 maggio 2009

Italiani: "Si al rinnovabile, no al nucleare"

Secondo un sondaggio presentato al Forum «QualEnergia» di Roma
Energia: agli italiani piace rinnovabile
Gradimento dell’ 80% per il solare ed eolico. Al nucleare, ritenuto «pericoloso e costoso» solo il 14%


ROMA - E’ il mix formato da energia solare più eolica quello che sta nel cuore degli italiani: l’80% di un campione rappresentativo della popolazione nazionale vorrebbe che fosse la fonte principale con cui produrre l’elettricità. Solo il 14% opta per il nucleare, di cui tanto si parla in questi mesi a causa del progettato rilancio da parte del governo. Questi dati, presentati al Forum Qual Energia, promosso a Roma da Legambiente e dal Kyoto Club, sono il frutto di una ricerca condotta da Lorien Consulting, un gruppo specializzato in indagini socio-economiche e del mensile La Nuova Ecologia. Dal nuovo sondaggio emerge una fotografia dell’Italia molto consapevole e informata sulle questioni energetico-ambientali che, per il 68,7% degli intervistati, rappresentano i problemi più rilevanti rispetto ad altri, come il rischio del terrorismo (22,1%) o la casa (4,9%). Sul nucleare in particolare emerge che più del 60% degli intervistati lo considera pericoloso e costoso e preferirebbe evitarlo.

DISPOSTI A PAGARE DI PIÙ - Ma il dato forse più significato emerso dall’indagine è quello relativo ai sacrifici che gli italiani sono disposti ad affrontare pur di garantirsi in futuro ambientale e dei sistemi di produzione energetici puliti. «Anche in tempi in cui si tende a diminuire il budget quotidiano (37,7% degli intervistati), gli italiani dichiarano un’aperta disponibilità a pagare di più per garantirsi energie pulite e sostenibili», ha riferito Antonio Valente, amministratore delegato di Lorien Consulting . Anche secondo il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza lo scarso indice di gradimento del nucleare dovrebbe fare riflettere: «Nonostante la recente pressione mediatica, la stragrande maggioranza del campione intervistato, a prescindere da fattori anagrafici, socio-economici e di appartenenza politica, definisce l’energia nucleare cara e pericolosa, e privilegia le fonti rinnovabili. Solo una minoranza (14%) indica il nucleare come fonte da preferire; una minoranza che, di fronte all’ipotesi di abitare vicino a una centrale o a un deposito di scorie radioattive, avrebbe comunque seri dubbi».

LE PERCENTUALI - Il Forum QualEnergia, giunto quest’anno al secondo appuntamento, propone tra i temi la crisi economica e gli stili di vita sostenibili e, nei propositi degli organizzatori, vuole essere un’occasione per dare una risposta ai problemi energetici: dai cambiamenti climatici ai limiti delle risorse. La crescente attenzione degli italiani per le energie rinnovabili è anche il tema di un rapporto presentato dalla Fondazione Sviluppo sostenibile presieduta dall’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, secondo cui, entro il 2020, un kilowattora su tre (pari al 33%) dell’ energia elettrica può essere prodotto utilizzando fonti energetiche rinnovabili. «L’attuale obiettivo di produrre entro il 2020 solo un kilowattora su quattro, pari al 25%, di energia elettrica utilizzando fonti energetiche rinnovabili –sostiene Ronchi - sarebbe infatti un freno alla crescita del solare, dell’eolico e delle biomasse: si può fare di più». Il 33% di rinnovabili, che corrisponde a 108 terawattora (Twh) di produzione nazionale al 2020 (partendo dai 58 prodotti nel 2008) comporta l’obiettivo di 50 nuovi TWh rinnovabili da produrre entro il 2020. Tale obiettivo è impegnativo ma, secondo la Fondazione Sviluppo Sostenibile, raggiungibile nel modo seguente: 22 Twh di nuovo eolico, 11 Twh di nuove biomasse e biogas, 7 Twh di nuovo solare, 5 Twh di nuovo idroelettrico.

Franco Foresta Martin
27 maggio 2009
http://www.corriere.it/

giovedì 21 maggio 2009

Norvegia: Via alle autostrade ad idrogeno

La prima autostrada «a idrogeno» in Europa
Inaugurata in Norvegia. In 580 km oltre 12 distributori a idrogeno



NORVEGIA - Si è tenuta lunedì a Oslo la cerimonia di apertura dell'autostrada nordica dedicata alle auto a fuel cell. Presenti numerose case automobilistiche impegnate nella produzione di auto a idrogeno. Si chiama HyNor ed è un'autostrada percorribile da veicoli a idrogeno. Inaugurata ieri a Økern, in Norvegia, l'arteria stradale fa parte di un circuito scandinavo di autostrade eco-friendly che mira ad estendersi sempre di più e che presto potrebbe coinvolgere anche la Germania.

IL PROGETTO - HyNor è lunga 580 chilometri e mette in collegamento Oslo e Stavanger. La neonata infrastruttura per il trasporto alimentato a idrogeno è servita da diverse stazioni di rifornimento di StatoilHydro (impegnata dal 2003 nella realizzazione del progetto assieme agli oltre 50 partner di HyNor), perchè si sa che uno dei principali problemi dei veicoli di questo tipo è l'autonomia limitata. Come spiegato da Anne Marit Hansen, presidente del Consiglio di amministrazione di HyNor, l'obiettivo dei promotori dell'iniziativa è quello di incentivare l'utilizzo dell'idrogeno al posto del carburante tradizionale, ed è per questo che anche numerose case automobilistiche già attive nel settore sono state coinvolte.

L'INAUGURAZIONE - L'apertura è stata ufficializzata dal ministro dei Trasporti e delle Comunicazioni del Paese, Liv Signe Navarsete, che ha inaugurato la nuova stazione di rifornimento a idrogeno della città di Lier, mentre il sindaco di Oslo, Erling Lae, ha fatto da padrino a quella di Økern. I primi a percorrere l'autostrada sono i partecipanti alle tre giornate (11-13 maggio) dell' «Evs Viking Rally» , un rally internazionale dedicato alle auto verdi. Alla gara partecipa anche il Principe Haakon di Norvegia, assieme al campione norvegese di rally Henning Solberg e ai conducenti delle auto a idrogeno, elettriche e ibride che correranno da Oslo a Stavanger.

Alessandra Carboni 12 maggio 2009

http://motori.corriere.it/

giovedì 5 marzo 2009

Cinquecento ore l'anno in auto

Cinquecento ore l'anno in auto
Incubo al volante in città

Secondo un'inchiesta dell'Aci gli automobilisti ormai vivono in macchina
Il costo della congestione stradale è di 40 miliardi di euro l'anno



Quaranta miliardi di euro l'anno: è quanto costa agli automobilisti italiani il traffico. Il tempo perso in città, imbottigliati in macchina si paga caro secondo un'indagine dell'Aci che in quattro città campione (Roma, Milano, Torino e Genova) ha studiato a lungo i dati raccolti da vetture attrezzate con dispositivi di localizzazione GPS. Il quadro che emerge è preoccupante perché alla fine si scopre che romani e milanesi passano più di 500 ore l'anno in macchina. E che per loro lo spostamento medio, in città, dura circa 60 minuti, per la metà persi ovviamente in code e rallentamenti.

LA TABELLA

Tragica anche la situazione nelle città più piccole prese in esame dall'Aci perché i torinesi passano 450 ore l'anno in auto e 380 i genovesi. Cosa fare? Niente è la risposta che da anni arriva da ogni tipo di governo: nessun parcheggio, nessuna modifica alla viabilità e nessun tentativo di ridurre il parco circolante: in Italia oggi circolano più di 35 milioni di auto, ma solo 10 anni fa erano 30 milioni e nel 1986 si fermavano a 24; mentre negli anni Sessanta ce n'erano solo 1,9 milioni, cioè meno di quante se ne vendono ora ogni anno e quasi quanto l'aumento del circolante negli ultimi tre anni...

Ma visto che quest'analisi arriva proprio da un ente che si chiama “Automobile club” i dati sono anche accompagnati da una proposta: quella di gestire meglio le informazioni di infomobilità urbana. Secondo l'Aci infatti un sistema del genere ben oliato consentirebbe una riduzione “fino al 40% dei livelli di congestione, valorizzabile in 16 miliardi di euro”.
E' stata quindi messa a punto una Centrale di Informazione sulla mobilità stradale battezzata “Luce Verde Infomobilità Roma”, realizzata dall'Automobile Club d'Italia in collaborazione con la Polizia Municipale del Comune di Roma, con l'obiettivo dichiarato di avere “una raccolta puntuale delle informazioni - come spiegano al quartier generale dell'Aci - nella loro validazione ed elaborazione, e nella diffusione attraverso una moltitudine di canali di comunicazione”.
Una cosa che fino a oggi non è riuscita a nessuno, proprio per il caotico sistema di comunicazione fra forze dell'ordine, polizie locali e gestori (Anas e società Autostrade) delle strade.

La proposta dell'Aci punta tutto però sulle polizie locali, ma anche sul monitoraggio con telecamere dei punti nevralgici della rete stradale urbana. Il tutto poi dovrebbe confluire on line e sulle emittenti radio e tv locali. Belle idee, che però cominciano male: il sito web (www.roma.luceverde.it) - “dove pianificare il tragitto urbano con un quadro aggiornato degli eventi sul percorso” - proprio il giorno del debutto dell'iniziativia - rimanda su una pagina di google, not found. Motivo? A Roma è stato infatti tagliato un cavo di fibre ottiche è il sito è andato in tilt, così è stato aperto un nuovo spazio web all'indirizzo www.Infomobilitaroma.it. Un esempio lampante della situazione e dei problemi da risolvere per mettere in piedi un progetto così ambizioso...

(5 marzo 2009)
http://www.repubblica.it/

mercoledì 14 gennaio 2009

Eolico in Italia. Sul 2008 più 37%

L’aumento I megawatt di potenza totale installata sono passati da 2.726 a 3.743. Gli impianti: 3.640
Italia, l’energia del vento In un anno il 37% in più
Ma Germania e Spagna restano lontane

Il dato è di questa settimana. Chiusi i conti relativi al 2008 è risultato che l’energia del vento in Italia ha avuto un balzo insperato, passando da 2.726 megawatt di potenza totale installata a 3.743 megawatt. Più di mille megawatt aggiuntivi, pari a una crescita record del 37%. Nel corso del 2008, i 3.640 aerogeneratori installati nel nostro Paese, hanno prodotto oltre 6 miliardi di kilowattora, cioè il 2% dei consumi elettrici, e alimentato i bisogni di 6,5 milioni di italiani. Non sono ancora disponibili le esatte prestazioni degli altri Paesi europei nell’anno appena trascorso, ma sembra che intanto abbiamo risalito la classifica e conquistato il terzo o quarto posto per potenza eolica installata, dopo Germania, Spagna e probabilmente Francia.

Salvo il fatto che potremmo perdere tale posizione se non si continuasse a mantenere il passo appena intrapreso. I dati aggiornati, assieme a un certo stupore degli stessi operatori del settore, arrivano da un tavolo tecnico formato da Enea, associazioni dell’eolico e delle rinnovabili, gestori del sistema elettrico e della rete di trasmissione, che si riunisce ogni anno con il proposito di fare il punto della situazione. Lo stupore sul risultato positivo deriva dalla consapevolezza che l’eolico in Italia è come una Ferrari che corre con la leva del freno a mano tirata: si sviluppa, ma non tanto quanto potrebbe e soprattutto molto meno di quello dei partner europei con cui abbiamo l’ambizione di confrontarci. «Resta il fatto che Germania e Spagna, i Paesi in testa alla classifica europea, ci subissano e, nonostante la nostra crescita, il distacco fra loro e noi continua a crescere — lamenta Simone Togni, segretario generale dell’Associazione nazionale di energia del vento (Anev), che riunisce oltre il 70% dei produttori di elettricità del settore —. La Germania, per esempio, nel 2007 (l’ultimo anno di cui si hanno dati certi) ha impiantato aerogeneratori per 1.667 megawatt, arrivando a un totale di 22.247 megawatt, cioè quasi dieci volte più di noi, e tutto ciò con un territorio meno ventoso del nostro».

L’insoddisfazione per lo sviluppo frenato dell’eolico non è immotivata: alla fine dell’anno scorso il nostro Paese, pur con qualche mal di pancia, ha condiviso l’approvazione del pacchetto energia-clima dell’Unione Europea. Entro il 2020 l’Europa, in media, dovrà raggiungere il 20% di rinnovabili e altrettanto di efficienza energetica e di riduzioni dei gas serra (in Italia l’obiettivo delle rinnovabili è del 17%). E l’eolico appare oggi, fra le rinnovabili, la forma di energia più adatta per tagliare il traguardo. Ma quali sono i lacci che impediscono all’eolico italiano di decollare come in altri Paesi? «Da noi ci sono iter autorizzativi che durano in media cinque anni, invece che tre mesi come in Germania — riferisce Togni —. E ciò nonostante la normativa europea preveda un massimo di 180 giorni, cioè sei mesi, per esaurire tutte le verifiche e approvare o respingere i progetti di installazione delle turbine eoliche». Aggiunge Luciano Pirazzi, che per l’Enea gestisce un meticoloso osservatorio degli sviluppi dell’eolico, valutati anno dopo anno: «Quando un impianto è realizzato e pronto a partire, spesso ci vogliono altri mesi di attesa per ottenere il collegamento alla rete elettrica, la quale, purtroppo, non è adeguata a questo tipo di impianti molto dispersi sul territorio, e prevalentemente collocati in regioni, come quelle del Sud, strutturalmente carenti di reti di trasmissione e distribuzione ».

Terna, Enel e le aziende municipalizzate si stanno dando molto da fare per colmare queste lacune, aggiunge Pirazzi, ma resta ancora molto lavoro da portare avanti. A dispetto degli impedimenti autorizzativi la fiducia degli investitori italiani, alimentata dal boom dell’eolico fuori dei confini nazionali, a cui prima o poi converrà adeguarci, resiste. Anche perché qualche segno positivo è già arrivato. «Un provvedimento Scajola-Prestigiacomo dell’anno scorso assicura ai produttori maggiori ritorni economici grazie alla più facile commerciabilità sul mercato dei certificati verdi ottenuti dalle aziende elettriche che investono nel vento», spiega Togni. In pratica chi, rispettando l’obbligo della produzione di una quota di circa il 4% di energia elettrica con rinnovabili, ottiene certificati verdi li può vendere a buon prezzo a chi non ce l’ha fatta a raggiungere l’obiettivo ed è costretto all’acquisto dei titoli ecologici. E’ in dirittura d’arrivo un altro provvedimento che impone la regolamentazione delle quote di eolico da installare nelle varie regioni, in modo tale che gli investitori possano programmare gli impianti senza sorprese, com’è accaduto, per esempio, in Sardegna e in Sicilia, dove ci sono stati pronunciamenti degli enti locali contro gli aerogeneratori.

Tutta questa materia dovrebbe finalmente essere coordinata da un Osservatorio nazionale per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica, da poco rilanciato e affidato al direttore generale dell’Ambiente Corrado Clini. Sarebbe proprio grazie alle novità già introdotte o attese se l’anno scorso si è guardato con più fiducia agli investimenti nell’eolico e si è registrato l’insperato successo dei mille megawatt in più. «Si tratta di una performance positiva che si potrebbe ripetere anche quest’anno—prevede Pirazzi—e che potrebbe allinearci a Paesi come Regno Unito, Francia e Portogallo, che sono abbastanza vicini a noi in classifica e che stanno andando molto bene, grazie a un forte consenso sociale e a una politica energetica delle rinnovabili favorevole e condivisa ».


Franco Foresta Martin
14 gennaio 2009
http://www.corriere.it/

lunedì 12 gennaio 2009

Consumismo: La TV al plasma come un SUV del salotto

TELEVISIONI
"Non comprate tv al plasma Inquinano come dei Suv"
Iniziativa ambientalista del governo inglese in merito a questa tecnologia per i grandi schermi.

LONDRA - Li chiamano "i 4x4 del salotto": sono i televisori giganti al plasma, il cui schermo piatto da 50 pollici in su occupa tutta, o quasi, una parete. Come i fuoristrada che inquinano l'ambiente, ora anche queste mega-tivù sono nel mirino degli ambientalisti: consumano troppa energia, quattro volte di più di un tradizionale televisore e più del doppio di uno delle stesse dimensioni a cristalli liquidi. Perciò il governo laburista di Gordon Brown ha deciso di metterli al bando come mossa contro il cambiamento climatico, secondo quanto hanno anticipato fonti ufficiali al quotidiano Independent.

L'iniziativa fa parte di una più ampia lotta alle tivù che consumano in modo eccessivo: l'Unione Europea sta finalizzando i dettagli di un nuovo regolamento che obbligherà a rispettare degli standard minimi per tutti i televisori. I modelli più spreconi verranno gradualmente mandati in pensione, e il resto riceverà etichette che indicheranno chiaramente il consumo di energia in modo da permettere agli acquirenti di identificare i più e i meno efficienti dal punto di vista del risparmio energetico. Un piano che prende ad esempio misure simili entrate in vigore in tutta Europa per i frigoriferi e per altri elettrodomestici, risultato in un considerevole risparmio di energia nel corso dell'ultimo decennio.

Il problema è che negli ultimi trent'anni, nel Regno Unito come nel resto d'Occidente, il numero degli elettrodomestici e dei gadget elettronici in una casa media è quasi triplicato, passando da 17 a 47. Là dove una volta c'erano solo il ferro di stiro, l'aspirapolvere, la lavatrice e un televisore per tutta la famiglia, ora si aggiungono congegni di ogni tipo, dagli scanner agli allarmi, dalla macchina per fare il caffè e il cappuccino ai computer e alle console di videogiochi. Per tacere delle tivù, che si sono moltiplicate al punto che oggi nelle abitazioni di questo paese ce ne sono 60 milioni, una per ogni membro della popolazione, inclusi i neonati e chi la televisione non la guarda mai. L'ammontare di energia necessario per far funzionare questa esplosione di elettrodomestici è più che raddoppiato nel medesimo periodo di tempo, e gli esperti calcolano che crescerà di un altro 12 per cento nei prossimi quattro anni.

Il boom in televisori a schermo piatto, così come quello in televisori sempre più grandi, contribuisce all'aumento del consumo energetico. Perciò il governo ha ora deciso di intervenire con un divieto per le tivù al plasma più grandi, le "4x4 del living-room" appunto. Un televisore al plasma da 50 pollici può consumare 822 kilowatt per ora, contro i 350 di un televisore a cristalli liquidi della stessa grandezza e i 322 di un tradizionale televisore a tubo catodico. Un grosso modello al plasma può consumare quattro volte più elettricità del più grande modello catodico, ed essere responsabile dell'emissione di quattro volte tanto ossido di carbonio. La campagna per ridurre il consumo energetico della tivù include l'ammonimento di non spegnere i televisori col telecomando, ma con il tasto sulla tivù, in modo da staccare completamente l'energia: di notte, con lo schermo buio, i "fuoristrada da salotto" continuano a sprecare elettricità.

(12 gennaio 2009)
http://www.repubblica.it/





Plasma TVs have been dubbed the '4x4s of the living room' because of their energy wastage
Giant plasma TVs face ban in battle to green Britain
New rules will phase out energy-guzzling flatscreen televisions as the EU brings its climate campaign to the living room

By Geoffrey Lean and Jonathan Owen
Sunday, 11 January 2009
Plasma TVs have been dubbed the '4x4s of the living room' because of their energy wastage


Energy-guzzling flatscreen plasma televisions will soon be banned as part of the battle against climate change, ministers have told The Independent on Sunday.

"Minimum energy performance standards" for televisions are expected to be agreed across Europe this spring, they say, and this should lead to "phasing out the most inefficient TVs". At the same time, a compulsory labelling system will be drawn up to identify the best and worst devices.

The moves, which follow last week's withdrawal of the 100W incandescent lightbulb, are part of a drive to slow the rapid growth of electricity consumption in homes by phasing out wasteful devices and introducing more efficient ones. Giant plasma televisions – dubbed "the 4x4s of the living room" – can consume four times as much energy as traditional TVs that used cathode ray tubes (CRTs).

Over the past 30 years, the number of electric appliances and gadgets in a typical home has almost trebled – from 17 to 47 – as a host of devices from scanners to security systems, cappuccino makers to computer game consoles have joined the more traditional kettles, irons, vacuum cleaners and cookers. And the number of televisions in homes has also grown rapidly; there are now 60 million of them, one for every person in the country.

The amount of power needed to run this electronic explosion has more than doubled in the same period, and the official Energy Savings Trust estimates that it will grow by another 12 per cent over the next four years.

The boom in flatscreen TVs, partly spurred by the digital changeover, is helping to fuel the increase, as is the growing size of the screens. The Department for Environment, Food and Rural Affairs (Defra) said last week: "In the past five years we have seen the main television in a household change from typically being a 24in to 32in CRT television to being a much larger flatscreen television, with screen sizes of between 32 and 42 inches becoming more and more common. Not surprisingly, this has seen the energy used by the main television in the house increase."

Different makes and models of television vary in their use of power, but a 42in plasma television may use some 822 kilowatt hours a year, compared to 350kWh by an LCD flat screen of the same size. A 32in CRT, the biggest available, would use 322kWh.

Power consumption goes up as the screens increase in size, so the trust says that a big plasma model could use four times as much electricity and be responsible for the emission of four times as much carbon dioxide as the biggest CRT; they now account for twice as much as a fridge-freezer.

Now European governments are finalising a mandatory EU regulation to set minimum standards for televisions. The worst performers will be phased out, and the rest will have to be labelled with energy ratings which, says Defra, "will make it easier for consumers to identify the most and least energy-efficient televisions available". The scheme is modelled on an existing one for fridges and other white goods which has greatly increased their efficiency over the past decade.

The EU has already agreed minimum standards for the electricity consumed in standby mode. Defra says this should cause a fourfold drop by early next year in the energy used by a TV when it has been switched off by remote control instead of the main switch. Similar steps are being taken in Australia and the United States; in the US, 275 million televisions gobble up as much electricity as is produced by 10 coal-fired power stations.

Manufacturers are responding by making their products greener. The best new plasma televisions now use one-third less energy than the average, and new LED televisions, which are more efficient, are being developed.

http://www.independent.co.uk/

mercoledì 10 dicembre 2008

L'Italia trascina indietro il clima del mondo

10/12/2008 13:35
Clima: presentato oggi a Poznan il Rapporto di German Watch realizzato con la collaborazione di Legambiente

Italia agli ultimi posti tra i Paesi industrializzati per la Qualità degli interventi di riduzione dei gas serra


Italia in caduta libera nel Climate Change Performance Index del German Watch, il Rapporto internazionale che valuta la qualità degli interventi per la riduzione dei gas serra nei Paesi industrializzati ed emergenti realizzato con la collaborazione di Legambiente. Lo studio, che si sofferma sugli interventi positivi e strutturali di ogni singola nazione nel campo del riscaldamento globale, ci mette al 44 posto sui 57 paesi a maggiori emissioni di CO2 (insieme producono oltre il 90% dei gas serra a livello mondiale). Svezia, Germania e Francia sono il terzetto di testa. In quarta e quinta posizione, a sorpresa, ci sono India e Brasile. Mentre le ultime posizioni sono di Arabia Saudita, Canada e Usa.
L’Italia - che perde terreno rispetto alla scorso anno quando era al 41 posto - precede di poco Paesi come la Polonia e la Cina e ha le medesime performance negative del Giappone. “Una performance
disastrosa - sottolinea Legambiente, una delle associazioni ambientaliste internazionali che ha collaborato alla stesura del Rapporto - che rispecchia il cronico ritardo del nostro Paese nel
raggiungimento degli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto”. A spingerci così in basso in questa graduatoria sono l’assenza di una strategia complessiva per abbattere le emissioni di CO2, una politica energetica che punta sull'aumento dell'uso del carbone, il deficit di trasporti a basse emissioni. A 11 anni dalla firma del Protocollo di Kyoto c'è la constatazione che l’Italia è uno dei Paesi europei dove i gas serra sono cresciuti rispetto ai livelli del 1990 (+9,9%), nonostante il trattato internazione imponga un taglio del 6,5%

“A salvare l’Italia dagli ultimissimi posti della classifica – ha sottolineato Legambiente - le poche ma importanti misure adottate in questi anni, come il conto energia per la promozione del fotovoltaico o gli incentivi del 55 per cento per l’efficienza energetica. Misure
che paradossalmente sono proprio quelle finite nel mirino dell’attuale governo, che dopo aver eliminato l’obbligo della certificazione energetica degli edifici, ha tagliato il 55 %”.

La situazione dell’Italia, come sottolinea il rapporto, potrebbe presto diventare ancora peggiore, anche per il ruolo all’interno dei negoziati internazionali in corso. Insieme alla Polonia l’Italia è il
paese che merita il giudizio più negativo sul piano internazionale per i ripetuti tentativi di sabotare il pacchetto energia e clima dell’Unione europea.


L’ufficio stampa Legambiente
http://www.legambiente.eu/

martedì 26 agosto 2008

"McFashion" fa male al pianeta così inquina l'abito usa e getta
Un'inchiesta del Guardian denuncia i danni provocati dalla moda low cost
Fra le cause, i pesticidi utilizzati nelle piantagioni di cotone e la qualità dei tessuti


di SARA FICOCELLI


L'HANNO battezzata "fast fashion" perché i segreti del suo successo sono gli stessi che rendono immortale il cheeseburger: piace, costa poco e si consuma in fretta. Al prezzo di una maglia da boutique puoi comprarne 20 e cambiarne una al giorno per quasi un mese, sfamando il tuo bisogno di essere cool a morsi da 10 euro.

Questo meccanismo non alimenta solo lo sfruttamento della manodopera, spesso minorenne, ma inquina l'ambiente in modo silenzioso e progressivo. La denuncia arriva dal quotidiano britannico The Guardian che spiega quali siano i danni collaterali della moda usa e getta. Il tabloid riporta i dati raccolti dalla Defra (Department for Environment, Food and Rural Affairs) che ha analizzato l'impatto ambientale di diversi materiali tessili a basso costo. E secondo la quale la "McFashion", con il suo menu a base di jeans&T-shirt, produce ogni anno oltre 3 milioni di emissioni di diossina.

Difficile però contrastare un mercato che vive grazie alla riduzione del potere d'acquisto, capillarizzato con negozi in franchising da Londra a New York, che non segue la moda ma la detta. Star come Jennifer Lopez e Madonna hanno disegnato la linea di queste collezioni, Kate Moss è stata loro testimonial e il tutto è reso ancora più appetibile da un assortimento pazzesco. Le magliette vendute a 5 euro vengono per lo più fabbricate nei Paesi asiatici e sono fatte in cotone e poliestere. Questo mercato copre l'80% della produzione tessile del pianeta e attutisce i costi di spedizione coast to coast consentendo di risparmiare sulla qualità delle materie prime.

Vietato però generalizzare e puntare il dito contro un sistema che dà lavoro a milioni di persone e permette a tutti di vestire alla moda. Alexandra Shulman, editorialista di Vogue nel Regno Unito, è a favore della "cheap fashion": "Basta colpevolizzare le case produttrici di moda, trovo meraviglioso che si possa acquistare un vestito da sera per 20 sterline e cambiare abito ogni volta che si vuole. Provate a regalare a una teenager una costosa maglia di qualità: la indosserà una volta e poi tornerà a comprare quel miniabito floreale in fibra sintetica che ha visto in centro... Come darle torto!".

Insomma, secondo la giornalista del prestigioso magazine femminile, la moda usa e getta fa bene all'umore e al portafogli, due aspetti da non sottovalutare nell'era del trionfo degli psicofarmaci.

Daniela Tramontano è invece l'ideatrice del progetto "Il filo che unisce", concorso italiano sulla moda etica e sostenibile che nasce per sensibilizzare designer e consumatori a un approccio etico all'abbigliamento. "Ci sono aziende come la Remei AG che coltivano in India cotone biologico - spiega - nei Paesi asiatici c'è un tasso di suicidi altissimo dovuto alle condizioni in cui si è costretti a raccogliere il cotone, coltivato con pesticidi che provocano tumori e altre malattie. Una maglietta venduta a 10 euro cela un mondo di inguistizie e danni ambientali che noi possiamo solo intuire".

Paolo Zegna, vicepresidente di Confindustria e presidente di Milano Unica, il salone italiano del tessile che aprirà nel capoluogo lombardo il prossimo 16 settembre, è comunque ottimista sul futuro del mercato di qualità. "Nel mondo c'è un numero crescente di consumatori disposti a pagare un sovraprezzo per ricevere in cambio il top - spiega - questo non è in contraddizione con lo sviluppo della 'cheap fashion', direi che va in parallelo ed è su questo binario che dobbiamo attestarci".

Il tessile di qualità italiano ed europeo è eco-compatibile, rispetta normative severe e non causa danni all'uomo con l'utilizzo di tinture cancerogene. I vestiti prodotti da questo circuito costano decisamente di più ma, come dice una famosa pubblicità, ci sono cose che non hanno prezzo.

(26 agosto 2008) http://www.repubblica.it/

mercoledì 28 maggio 2008

Energia Solare x3 con le nanotecnologie

Energia solare moltiplicata per tre
SCOPERTA della Technische Universiteit di Delft, IN OLANDA Coi «nanoconduttori» anziché ottenere un solo elettrone da ogni fotone è possibile averne tre

27 maggio 2008

http://www.corriere.it/


AMSTERDAM (OLANDA) - Un team di ricercatori dell’Università di Tecnologia di Delft (Olanda) e della Foundation for Fundamental Research on Matter hanno utilizzato nanocristalli come semiconduttori, approdando a una significativa scoperta: la capacità di produzione di energia delle celle solari con l’uso di questi semiconduttori viene triplicata. Gli studiosi hanno ribattezzato il processo di moltiplicazione «effetto valanga».

LO STUDIO - Lo studio verrà pubblicato sulla rivista Nano Letter e subito dopo inizieranno le prime sperimentazioni. L’effetto valanga era già stato individuato in passato e nel 2004 uno studio dei ricercatori del National Laboratories di Los Alamos, in Nuovo Messico, ipotizzava che il miglioramento nelle prestazioni di un impianto per l'energia solare, grazie ai nanocristalli, potesse essere ben maggiore. Ora viene finalmente dimostrata la validità dell’effetto moltiplicatore di questo materiale, anche se si tratta di un’incidenza inferiore a quella ipotizzata.

L’ENERGIA SOLARE - Pannelli costosissimi per produrre relativamente poca energia: questo è uno dei mali dell’energia solare, ritornata più che mai in auge in tempi di crisi energetica. In Italia si annuncia la riapertura delle centrali nucleari, Veronesi e Rubbia dibattono sulla quarta generazione dell’energia all’uranio, sulla sua validità e sulle alternative esistenti, mentre ancora una volta ci si chiede perché, in un Paese come l’Italia, l’energia pulita e poderosa che ci regala il Sole non venga sfruttata a dovere. Dall’Olanda potrebbe arrivare una piccola rivoluzione.

Emanuela Di Pasqua

mercoledì 7 maggio 2008

Gli italiani bocciano i mezzi pubblici

In macchina, per scelta o per forza
Gli italiani non scelgono i mezzi
Il quinto rapporto sulla mobilità realizzato da Isfort per Asstra Cala il gradimento per bus e tram, va meglio la metropolitana
di DONATELLA ALFONSO

http://www.repubblica.it/
7 maggio 2008

GENOVA - A prendere il bus e la metropolitana gli italiani ci provano tutti i giorni (specialmente al Nord Ovest), e nel 2007 hanno confermato le buone intenzioni, spinti anche dal rincaro dei carburanti, facendo crescere addirittura di un miliardo e mezzo il numero dei passeggeri trasportati in un qualsiasi giorno medio feriale. Ma la fiducia è spesso mal riposta: e infatti crescono anche l'irritazione, i tempi di trasporto si fanno più lenti, la soglia di soddisfazione scende decisamente sotto la sufficienza. E si preferisce tornare all'amata-odiata auto: il trasporto pubblico non è all'altezza, starò in coda, ma almeno mi muovo come mi pare.

E non a caso "Così è, se vi pare" è il titolo del quinto rapporto sulla mobilità in Italia realizzato da Isfort per Asstra, l'associazione dei trasporti, che viene presentato stamani a Genova. Titolo pirandelliano per dire che la domanda di mobilità in Italia è arrivata al punto di non ritorno: il traffico è troppo e la benzina costa troppo cara per andare in auto, ma i mezzi pubblici non riescono, nonostante gli sforzi, ad essere all'altezza. E le misure di contenimento finora studiate per i grandi centri urbani - dalle targhe alterne all'introduzione dei divieti per le auto più inquinanti - sono considerate solo dei palliativi, ben lontani dal risolvere la necessità potenziale: muoversi e arrivare.

L'osservatorio "Audimob" di Isfort è prodigo di dati. Ci si sposta soprattutto nell'arco di dieci chilometri (anche se magari si è andati a vivere fuori, tanto che il dato riguardava il 79,8% di utenti nel 2000, e scende al 73,5% nel 2007) e aumentano gli spostamenti giornalieri complessivi (circa 123 milioni, +3,3% sul 2006). Ma bus e metropolitana sembrano più una condanna che una scelta, se è vero che si scende dall'82,8% all'81% di spostamenti quotidiani in auto, mantenendo l'11,5% del trasporto pubblico: la quota di utenti soddisfatti del trasporto su bus e tram è del 62,1% (69,4% nel 2006) mentre piace, anzi guadagna la metro (83,5% di soddisfazione, leggero incremento sul 2006). E comunque è un gradimento risicatissimo, sul filo del "sei politico", che scende inesorabilmente al cinque e mezzo nei grandi centri urbani. Chi non ama il bus si rifà col metrò: già nel 2006 il punteggio medio aveva raggiunto il "7", e nel 2007 siamo arrivati al 7,23. C'è bisogno di altro per capire che quello che piace agli utenti è poter viaggiare su linee dove, in genere, si può contare su servizi regolari?

Chi scende dal bus bloccato nel traffico, spesso ricorre al motorino: motocicli e ciclomotori salgono infatti in un anno dal 10,6% all'11,9% e il parco circolante delle due ruote è cresciuto ancora del 6%, arrivando a oltre 5,6 milioni di mezzi rispetto a 35 milioni e mezzo di auto (la crescita è stata solo dello 0,9%); nel 1985, tanto per avere un'idea, le auto erano 22,4 milioni e solo due milioni le due ruote.

Il caro benzina sta creando contrazioni importanti sul mercato dell'auto, ma chi una qualche quattroruote ce l'ha, ricomincia a usarla e sempre più incattivito, è il grido di allarme di Asstra, che cercherà, in due giorni di lavori a Genova, di mettere in chiaro le migliori politiche di trasporto pubblico. Che è più forte nel Nord-Ovest, dove raggiunge una quota di mercato del 19,3% rispetto alla media nazionale dell'11,5% e fa registrare un incremento stabile nel Nord-Est e anche al Centro, dove peraltro continua il boom dei motorini (10% dei mezzi usati, con Roma capitale), mentre Sud e isole si dedicano devotamente all'auto (86,7% degli spostamenti, con un 6,7% di trasporto pubblico e 6,6% di moto).

Ma perché non prendere il bus? E' poco comodo e poco accessibile, risponde il 70% del campione intervistato da Isfor, impiega troppo tempo (42,5%) e non offre collegamenti adeguati (17,1%), mentre minime sono le critiche sul costo e scende il fattore della preferenza tout court. Davvero critici sono soprattutto la disponibilità percepita del servizio e l'informazione su percorso, linee e orari. E siccome scende la velocità media (da 15,3 a 14,1 km all'ora), mentre addirittura le auto fanno registrare un leggero miglioramento, non ci sono corsie preferenziali che tengano: riprendiamoci l'auto, dicono i più esasperati che non vogliono saperne dei mezzi affollati, della forzata contiguità (anzi, dell'accatastamento dei viaggiatori).

Una sorta di "antipolitica" del trasporto pubblico per cui gli italiani vorrebbero, anzi vogliono prendere il bus ma alla fine, intrappolati nel traffico, cedono alla tentazione di contribuire a crearne ancora di più. Anche perché scende pure la mobilità "ecologica", dice la ricerca: nel 2007 gli spostamenti a piedi o in bici hanno subito un arretramento dell'1,4%, fermandosi al 32,5%. In attesa, è chiaro, che passi l'ultimo metrò.

martedì 22 aprile 2008

22 Aprile - Earth Day

Si celebra la Giornata della Terra
nel 1970 erano 20 milioni in piazza

L'appuntamento istituito in favore dell'ambiente. Centinaia di manifestazioni nel mondo "Sempre più urgenti iniziative che sensibilizzino sui rischi che corre il nostro pianeta"

http://www.repubblica.it/
22 aprile 2008


ROMA - Si celebra oggi in tutto il mondo la Giornata della Terra, appuntamento che torna ogni anno dal lontano 1970 quando Gaylord Nelson, senatore del Wisconsin, mobilitò 20 milioni di americani per una gigantesca dimostrazione in favore dell'ambiente. Da quella mitica manifestazione nacque, nel 2000 e su iniziativa dello stesso Nelson, l'Earth Day Network e oggi centinaia di manifestazioni nel mondo la celebrano.

''Deforestazione, inquinamento di mari e fiumi, smog, clima impazzito. La Terra - scrive National Geographic Channel - è sempre più minacciata dai cambiamenti ambientali, determinati dalla crescita vertiginosa dell'economia globale. Diventano quindi urgenti iniziative che sensibilizzino le persone sui rischi che il nostro pianeta corre e sui rimedi che vanno presi partendo dalla vita di tutti i giorni''.

Nel 2006 il WWF aveva presentato il suo bilancio periodico sullo stato del pianeta. Dopo due anni di studi, lo scenario che si profilava indicava che la popolazione umana entro il 2050 avrebbe raggiunto un ritmo di consumo insostenibile pari a due volte la capacità del pianeta Terra. I segnali di stress ci sono tutti e ci colpiscono direttamente, non fanno sconti: povertà e cibo, crisi energetica e cambiamenti climatici, scarsità di acqua che dalle aree più povere del pianeta si estendono ad aree storicamente fertili, a culle della civiltà quali il nostro mediterraneo.

lunedì 7 aprile 2008

Intervista a Rubbia sul futuro Energetico

Rubbia: "Né petrolio né carbone
soltanto il sole può darci energia"
Sì al nucleare innovativo con piccole centrali senza uranio
Ma non esiste un nucleare sicuro o a bassa produzione di scorie

di GIOVANNI VALENTINI

30 marzo 2008
http://www.repubblica.it/


GINEVRA - Petrolio alle stelle? Voglia di nucleare? Ritorno al carbone? Fonti rinnovabili? Andiamo a lezione di Energia da un docente d'eccezione come Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica: a Ginevra, dove ha sede il Cern, l'Organizzazione europea per la ricerca nucleare. Qui, a cavallo della frontiera franco-svizzera, nel più grande laboratorio del mondo, il professore s'è ritirato a studiare e lavorare, dopo l'indegna estromissione dalla presidenza dell'Enea, il nostro ente nazionale per l'energia avviluppato dalle pastoie della burocrazia e della politica romana.

Da qualche mese, Rubbia è stato nominato presidente di una task-force per la promozione e la diffusione delle nuove fonti rinnovabili, "con particolare riferimento - come si legge nel decreto del ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio - al solare termodinamico a concentrazione". Un progetto affascinante, a cui il premio Nobel si è dedicato intensamente in questi ultimi anni, che si richiama agli specchi ustori di Archimede per catturare l'energia infinita del sole, come lo specchio concavo usato tuttora per accendere la fiaccola olimpica. E proprio mentre parliamo, arriva da Roma la notizia che il governo uscente, su iniziativa dello stesso ministro dell'Ambiente e d'intesa con quello dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, ha approvato in extremis un piano nazionale per avviare anche in Italia questa rivoluzione energetica.

Prima di rispondere alle domande dell'intervistatore, da buon maestro Rubbia inizia la sua lezione con un prologo introduttivo. E mette subito le carte in tavola, con tanto di dati, grafici e tabelle.

Il primo documento che il professore squaderna preoccupato sul tavolo è un rapporto dell'Energy Watch Group, istituito da un gruppo di parlamentari tedeschi con la partecipazione di scienziati ed economisti, come osservatori indipendenti. Contiene un confronto impietoso con le previsioni elaborate finora dagli esperti della IEA, l'Agenzia internazionale per l'energia. Un "outlook", come si dice in gergo, sull'andamento del prezzo del petrolio e sulla produzione di energia a livello mondiale. Balzano agli occhi i clamorosi scostamenti tra ciò che era stato previsto e la realtà.

Dalla fine degli anni Novanta a oggi, la forbice tra l'outlook della IEA e l'effettiva dinamica del prezzo del petrolio è andata sempre più allargandosi, nonostante tutte le correzioni apportate dall'Agenzia nel corso del tempo. In pratica, dal 2000 in poi, l'oro nero s'è impennato fino a sfondare la quota di cento dollari al barile, mentre sulla carta le previsioni al 2030 continuavano imperterrite a salire progressivamente di circa dieci dollari di anno in anno. "Il messaggio dell'Agenzia - si legge a pagina 71 del rapporto tedesco - lancia un falso segnale agli uomini politici, all'industria e ai consumatori, senza dimenticare i mass media".

Analogo discorso per la produzione mondiale di petrolio. Mentre la IEA prevede che questa possa continuare a crescere da qui al 2025, lo scenario dell'Energy Watch Group annuncia invece un calo in tutte le aree del pianeta: in totale, 40 milioni di barili contro i 120 pronosticati dall'Agenzia. E anche qui, "i risultati per lo scenario peggiore - scrivono i tedeschi - sono molto vicini ai risultati dell'EWG: al momento, guardando allo sviluppo attuale, sembra che questi siano i più realistici". C'è stata, insomma, una ingannevole sottovalutazione dell'andamento del prezzo e c'è una sopravvalutazione altrettanto insidiosa della capacità produttiva.

Passiamo all'uranio, il combustibile per l'energia nucleare. In un altro studio specifico elaborato dall'Energy Watch Group, si documenta che fino all'epoca della "guerra fredda" la domanda e la produzione sono salite in parallelo, per effetto delle riserve accumulate a scopi militari. Dal '90 in poi, invece, la domanda ha continuato a crescere mentre ora la produzione tende a calare per mancanza di materia prima. Anche in questo caso, come dimostra un grafico riassuntivo, le previsioni della IEA sulla produzione di energia nucleare si sono fortemente discostate dalla realtà.

Che cosa significa tutto questo, professor Rubbia? Qual è, dunque, la sua visione sul futuro dell'energia?
"Significa che non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l'uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l'oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra".

Eppure, dagli Stati Uniti all'Europa e ancora più nei Paesi emergenti, c'è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?
"Sa quando è stato costruito l'ultimo reattore in America? Nel 1979, trent'anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l'arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l'uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie".

Ma non si parla ormai di "nucleare sicuro"? Quale è la sua opinione in proposito?
"Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo".

In che cosa consiste?
"Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile".

Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?
"E' già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia".

Ora c'è anche il cosiddetto "carbone pulito". La Gran Bretagna di Gordon Brown ha riaperto le sue miniere e negli Usa anche Hillary Clinton s'è detta favorevole...
"Questo mi ricorda la storia della botte piena e della moglie ubriaca. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell'umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l'anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso".

E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l'uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l'alternativa?
"Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell'elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità".

Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo i deserti...
"E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l'energia nel nostro Paese. Anche gli antichi romani dicevano che l'uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l'energia necessaria all'intero pianeta. E un'area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell'Italia, un'area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma".

Il sole, però, non c'è sempre e invece l'energia occorre di giorno e di notte, d'estate e d'inverno.
"D'accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l'energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l'acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente".

Se è così semplice, perché allora non si fa?
"Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com'è accaduto del resto per il computer vent'anni fa".

martedì 25 marzo 2008

Dal consumo di carne il 30% delle emissioni mondiali

Bianca, biologica e allevata libera
La carne che fa meno male al Pianeta

Scegliere polli non cresciuti in gabbia non è importante solo per il gusto e la qualità
Dall'accrescimento forzato degli animali danni pesanti per salute e ambiente
Bianca, biologica e allevata libera la carne che fa meno male al Pianeta


23 marzo 2008
http://www.repubblica.it/
di VALERIO GUALERZI

Polli in allevamento

ROMA - E' un sentiero stretto quello che deve percorrere il consumatore, responsabile ma deciso a non fare sparire la carne dalla sua tavola. I margini per comportarsi in maniera eco compatibile senza rinunciare alla bistecca o al pollo arrosto sembrano essere davvero esigui. Se l'aggettivo viene ormai associato un po' a tutto, dall'energia ai trasporti, dal turismo all'agricoltura -gli ecologisti integralisti lo considerano più che altro un ossimoro di comodo- definire un allevamento "sostenibile" è qualcosa che rimane difficile anche ai più pragmatici.

"Se prendiamo in esame quello che accade nella zootecnia bovina c'è davvero poco a cui aggrapparsi", spiega Guglielmo Donadiello, responsabile agricoltura di Legambiente. "Le pratiche d'ingrassamento rese necessarie dal consumo di carne rossa su larga scala sono sostanzialmente incompatibili con qualsiasi concetto di sostenibilità. Le cosiddette vacche 'nutrici' possono anche essere lasciate pascolare in libertà, ma tutto finisce quando avviene il ristallo e devono essere rimpinzate di soia proveniente in massima parte dalle coltivazioni intensive dell'America Latina, con gli enormi costi ambientali (trasporto, deforestazione, inquinamento) che questo comporta".

I cultori dello Slow Food e delle razze autoctone da crescere al pascolo non saranno d'accordo, ma sul potenziale di questa alternativa Donadiello è scettico. "All'attuale ritmo dei consumi - dice - tutti i capi di Piemontese e Chianina non sarebbero in grado di sfamare Milano e Roma per più di qualche mese". "L'unica vera alternativa - aggiunge - potrebbero essere gli allevamenti biologici", dove non solo sono messi al bando determinati tipi di mangimi, ma gli animali sono lasciati crescere in libertà e più lentamente.

In Italia, stando all'ultimo rapporto Ismea, sono però una rarità: quelli con oltre cento capi di bestiame censiti nel 2007 sono in tutto 13. Comprare carne bovina biologica in Italia significa quindi quasi sempre comprarla d'importazione, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista dell'inquinamento prodotto dal trasporto.

Va un po' meglio se dalla carne rossa ci si sposta su quella bianca, e non solo perché a parità di chili prodotti la quantità di CO2 emessa cala decisamente. Nel campo avicolo gli allevamenti "sostenibili" sono infatti più facili da realizzare e malgrado il forte ritardo che ci distingue dal resto d'Europa, anche qualche gigante del settore come Amadori ha iniziato a darsi da fare. "Fermo restando che malgrado la forte differenza di prezzo la scelta migliore resta quella del biologico, stanno iniziando a diffondersi anche degli allevamenti 'convenzionali' dove gli animali sono tenuti in libertà", spiega Donadelli. Le differenze rispetto a quelli cresciuti in gabbia sono fondamentali, non solo per le evidenti ragioni "animaliste".

"Tenuti liberi - precisa ancora Donadelli - polli e tacchini hanno il tempo di crescere fino a circa ottanta giorni anziché i trenta delle gabbie. Questo significa che non devono essere pompati immediatamente con le proteine della solita soia importata, ma hanno il tempo di assimilare quelle di orzo e altri cereali, incamerando anche i sali minerali importanti per la nostra alimentazione".

martedì 18 marzo 2008

Carbon Neutral World Cup

Paesi "neutri" nelle emissioni nocive
Il Costa Rica è primo nel mondo

La "gara" consiste nel bilanciare la produzione di anidride carbonica
con qualcosa che sia in grado di catturare i gas serra, come una foresta
Il governo di San Josè sostiene di aver raggiunto l'obiettivo

13 marzo 2008
http://www.repubblica.it/

di LUIGI BIGNAMI

UN PICCOLO gruppo di nazioni, in continuo aumento, sta concorrendo a una gara non scritta per diventare un "Paese neutro" nelle emissioni di anidride carbonica. Una gara contro l'effetto serra che viene idealmente chiamata "Carbon-neutral World Cup" e che, attualmente vede in testa Costa Rica, Norvegia, Nuova Zelanda e Islanda.

Raggiungere la "neutralità" delle emissioni di anidride carbonica significa bilanciare le emissioni di gas serra che si producono bruciando i combustibili fossili, con qualcosa che sia in grado di catturarli, come ad esempio un'estesa foresta.

In questi giorni Roberto Dobles, Ministro costaricano dell'Ambiente e dell'Energia sostiene che il suo Paese si è aggiudicata la gara avendo raggiunto l'obiettivo di essere un "paese neutro".

"Avevamo capito da tempo che i cambiamenti climatici sono probabilmente la maggiore sfida dell'umanità dei nostri giorni ed è responsabilità di ciascuno combatterli", ha spiegato Dobles in una conferenza stampa a San Josè.

Ma come è riuscito il Costa Rica, poco più di quattro milioni di abitanti, a raggiungere l'obiettivo? Lavorando su strade diverse. Da un lato è riuscito a produrre l'80 per cento della propria energia da fonti rinnovabili, come l'acqua e il vento, dall'altro ha ampliato la biosfera tropicale che nel Paese trova le condizioni ideali per potersi sviluppare. Con una superficie grande solo un sesto dell'Italia il Costa Rica possiede circa il 5 per cento delle specie di piante e di animali del mondo.

Nonostante che la deforestazione sia ancora in atto in alcune aree del paese, il governo ha superato di molto gli obiettivi che si era posto nel rendere più verde il territorio. Più di sei milioni di alberi sono stati piantati nel solo 2007, superando l'obiettivo di un milione che le autorità si erano proposte all'inizio dell'anno. Per il 2008 l'obiettivo è di sette milioni. "Quasi due piante per ogni abitante", ha sottolineato il Ministro.

C'è comunque chi fa notare, soprattutto alcune agenzie per la tutela dell'ambiente, che il governo ha deciso di iniziare le ricerche di petrolio in mare. Quindi quanto fatto finora potrebbe essere vanificato in poco tempo. Risponde Dobles: "In questo momento il paese vede aumentare giorno dopo giorno la richiesta di energia e finché non saremo totalmente autonomi dal petrolio non potremo farne a meno neanche noi. Tuttavia il nostro impegno è fortemente rivolto nello sviluppo dell'utilizzo dell'idrogeno su cui stiamo investendo moltissimo".

Un'altra critica riguarda il modo con il quale si è sviluppato il turismo in alcune aree dove numerosi e grandi villaggi turistici hanno profondamente alterato l'ambiente. Oggi una dozzina di voli settimanali dagli Stati Uniti porta in continuazione turisti in Costa Rica.

"Anche a questo - risponde il ministro - abbiamo cercato di dare una risposta. Il piano di sviluppo turistico dei prossimi anni prevede solo hotel "verdi" che non lascino alcun debito di anidride carbonica dietro di sé".

C'è da chiedersi ora se davvero il Costa Rica è giunto primo nella "Carbon-neutral World Cup", a quale distanza arriverà il gruppetto degli inseguitori e quando giungerà al traguardo il gruppo che ha firmato il Protocollo di Kyoto.

lunedì 17 marzo 2008

Risparmiare dagli elettrodomestici

L'energia nascosta negli elettrodomestici
ecco come farli consumare meno


Usare lavatrici sempre a pieno carico, attenti alla temperatura
Spegnere le spie, cambiare i modelli non a norma: il risparmio è immediato
L'energia nascosta negli elettrodomestici
ecco come farli consumare meno


14 marzo 2008
http://www.repubblica.it/


di ANTONIO CIANCIULLO
ROMA - Nelle nostre case abbiamo a disposizione, nascosta negli elettrodomestici, una quantità di energia formidabile. Jeremy Rifkin ha calcolato che l'americano medio dispone dell'energia che potrebbe essere prodotta da 58 schiavi che lavorassero 24 ore al giorno: in Italia abbiamo consumi più ridotti ma gli sprechi restano consistenti. E, almeno una parte di questi sprechi, può essere evitata facilmente ottenendo il vantaggio di tagliare la bolletta elettrica.

Per evitare di buttare via inutilmente petrolio e denaro si possono adottare semplici accorgimenti. Ad esempio è meglio utilizzare lavatrici e lavastoviglie solo quando sono a pieno carico, adoperare programmi che consentono di risparmiare acqua e di usarla a una temperatura più bassa; è ovviamente meglio spegnere le luci delle stanze non utilizzate; assicurarsi che il frigorifero sia ben chiuso e ricordarsi che ogni minuto in cui sta aperto il consumo aumenta; evitare eccessi di riscaldamento e utilizzare, d'estate, sistemi di raffrescamento naturale basati sul movimento dell'aria e sulla protezione dal sole.

Ma anche la tecnologia può dare un buon contributo alla battaglia contro lo spreco. Comprare una lampadina fluorescente compatta vuol dire risparmiare i quattro quinti dell'energia. Acquistare un frigorifero di classe A+ al posto di quello vecchio fa guadagnare circa 80 euro l'anno. Togliere di mezzo le lucette degli stand by di decoder e televisioni elimina la necessità di costruire una centrale da 100 megawatt.

Mettendo assieme migliaia di comportamenti attenti e acquisti consapevoli si possono ottenere risultati importanti. Alla fine della scorsa legislatura, ad esempio, è stato lanciato, su proposta del presidente della commissione ambiente della Camera Ermete Realacci, un pacchetto di misure che puntava a un taglio di 2,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica e una crescita di 20 milioni di pezzi nel settore degli elettrodomestici ad alta efficienza. Un obiettivo a cui arrivare con una prima fase di incentivi a favore dell'acquisto di lavatrici e lavastoviglie di classe energetica non inferiore alla A e con una seconda fase basata su un divieto di vendita dei modelli obsoleti a partire dal primo gennaio 2010.

Secondo i dati di Ceced Italia, l'associazione nazionale produttori di apparecchi domestici e professionali, nel decennio 1995-2005 l'aumento di efficienza degli elettrodomestici ha già permesso all'Europa di risparmiare 34 miliardi di chilowattora, che corrispondono a 17 milioni di tonnellate di anidride carbonica. E' come se si fossero eliminate 9 centrali termoelettriche da 500 megawatt o 5 milioni di auto dalle strade.

Ma, nonostante questo miglioramento, esistono ancora margini significativi per l'aumento di efficienza. Se nelle case europee venissero sostituiti i 188 milioni di elettrodomestici che hanno superato i dieci anni, si realizzerebbe un ulteriore risparmio di elettricità pari a 44 miliardi di chilowattora, cioè a 22 milioni di tonnellate di anidride carbonica: è il 6 per cento degli obiettivi fissati dal protocollo di Kyoto.

giovedì 13 marzo 2008

Apat: Citta' italiane un poco piu' verdi

Rapporto Apat:
Città italiane più virtuose, più verde, meno consumo acqua


11 marzo 2008
http://www.reuters.it/

ROMA (Reuters) - Tra il 2000 e il 2006 le città italiane con oltre 150mila abitanti hanno visto aumentare la superficie destinata a verde pubblico, diminuire il consumo di acqua per uso domestico e calare anche l'inquinamento da polveri sottili, anche se la situazione dell'aria resta critica.

Lo dice il rapporto sulla qualità dell'ambiente urbano presentato oggi a Roma dall'Apat, l'Agenzia per la Protezione dell'Ambiente. Secondo lo studio, in 23 delle 24 città che contano oltre 150mila abitanti - a parte Messina - è cresciuta in sei anni la percentuale di superficie cittadina destinata a verde pubblico.

L'incremento più forte è stato registrato in una città in questi mesi pur nel mirino per l'emergenza-rifiuti, Napoli. Tra il 2000 e il 2006, infatti, la città partenopea ha registrato un aumento delle aree verdi di quasi il 20% (il 19,5%). Per quanto riguarda la percentuale di aree "verdi" sul totale della superficie cittadina, al primo posto della classifica c'è Cagliari, col 53%. Ma se si guarda al numero di metri quadrati verdi per cittadino, allora in testa c'è Verona, con 363 m2.

Gli incerementi minori di verde pubblico si registrano in quattro grandi città del Sud, tre delle quali in Puglia: Bari, Taranto, Foggia e Reggio Calabria.

Altro dato positivo registrato dal rapporto Apat - che però non ne fornisce spiegazioni precise - è la tendenza alla diminuzione del consumo domestico di acqua, sceso in media dai 75,3 metri cubi del 2000 ai 69,4% del 2006. Le città più virtuose sono Livorno, con 47,4 m3 per abitante, Foggia (48,7) e Prato (50,3), mentre al contrario consumano di più Torino, con 88,8 metri cubi, Brescia (84,4), Roma (83,4).

Sul fronte dell'inquinamento atmosferico, dice lo studio dell'Agenzia per la Protezione dell'Ambiente, diminuisce in una percentuale assai variabile l'emissione di polveri sottili (le cosiddette Pm10) in tutte le città- Ma se a Brescia il calo è del 67%, a Taranto è solo del 4%. E diminuisce il contributo all'inquinamento da parte del trasprto su strada, pubblico o privato che sia. Calano infatti, rispetto al 2000, le emissioni di ossidi di azoto (44%) e di zolfo (82%), monossido di carbonio, benze e ammoniaca.

In tutte le città, aumaneta la presenza di auto meno inquinanti. Le Euro 4 rappresentavano nel 2006 complessivamente oltre il 10% del parco-macchine delle 24 grandi città, con una punta del 24,6% a Roma.

Resta però il fatto che nel 2006 in 13 aree urbane sono stati superati più di 35 volte i valori limiti giornalieri di Pm10.

Aumenta, nelle grandi città, la produzione di rifiuti, mediamente del 5,1%. Un dato, dice l'Apat, che però è inferiore a quello nazionale registratoi nello stesso periodo (8,9%). La spiegazione, per il rapporto, starebbe in realtà nella diminuzione della popolazione compelssiva delle città metropolitane, visto che nel 2006 i cittadini in questione hanno prodotto a testa 66 chili di immondizia.

Per quanto riguarda la raccolta differenziata, la città più virtuosa era nel 2006 Padova, con il 39% di immondizie riciclate, mentre sotto il 10% restavano le principali città del Sud, come Napoli, Messina, Cagliari e Catania.

Nel capitolo energia, infine, aumenta complessivamente il consumo pro capite di gas metano a uso domestico, più 6,7% in sei anni. Si consuma di più a Palermo (84,8 metri cubi, più 40,3% dal 2000 al 2006), Genova e Bari; meno invece a Milano, Brescia e Cagliari.

Ma il capolugo sardo è la prima città per incremento dell'energia elettrica, con un consumo pro capite di 1559,5 kwh, seguita da Roma. Città più "risparmiosa"di corrente risulta inveceFoggia, con 843,65 kwh.


APAT - IV Rapporto aree urbane

Robecco: Dibattito sul solare

Con il Patrocinio del Comune di Cassinetta di Lugagnano

Parole sull'acqua: sabato 15 Marzo
MOLTO DI NUOVO SOTTO IL SOLE
Prima giornata sulle risorse rinnovabili

http://www.liblab.org/

Parole sull'acqua diventa più ampio e più ricco: il consueto dibattito serale sarà infatti preparato da una giornata di lavori, e il libro che dà lo spunto non è una proposta del mercato editoriale ma una guida tecnica.
Tema chiave sono le opportunità, prospettive e ambiguità del sole come fonte di energia pulita.

Si comincia alle 14.00 a Robecco sul Naviglio, presso il Circolo Cooperativo di via Roma 21.
Qui verrà realizzato un laboratorio di Autocostruzione Solare che insegna a costruire da sé un pannello solare in casa. Il laboratorio durerà fino alle 19.30 e sarà tenuto dagli ingegneri della Rete per l'autocostruzione del solare termico.
I partecipanti riceveranno un attestato di frequenza e un manuale + cd.
I posti sono limitati e per iscriversi è necessario contattare l'organizzazione all'indirizzo info@liblab.org.

Il manuale + cd per l'autocostruzione di pannelli solari sarà la scintilla della serata di Parole sull'acqua.


Per chi non volesse o non potesse prendere parte al laboratorio:

Dalle ore 21.00, presso la Sala Consiliare di Cassinetta di Lugagnano il regista Alessandro Acito guiderà un dibattito aperto sul fotovoltaico cui parteciperanno, tra gli altri:
  • Bruno Tommasini (ingegnere della Rete per l'autocostruzione del solare termico)
  • Ivan Roncelli (rappresentante de La 220 azzurra, una delle prime società a promuovere le energie rinnovabili in Italia)
  • Andrea Di Stefano (direttore della rivista indipendente di economia Valori e collaboratore di Popolare Network)
  • Christian Novak (urbanista, docente del Politecnico di Milano).
Come di consueto, letture e dibattiti saranno accompagnati da foto, video e musiche, e dalle proposte gastronomiche della Rete dei Gruppi di Acquisto Solidale "I fontanili".

-> Scarica il volantino

martedì 11 marzo 2008

Kyoto: L'Italia paga 5mln al giorno per i mancati traguardi

Questo il costo del ritardo sugli obiettivi di Kyoto

L’Italia dal 1° gennaio 2008 ogni giorno ha un costo di 5.400.000 € (63 € al secondo) per il mancato raggiungimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto. Il contatore nel sito internet del Kyoto Club visualizza in tempo reale la crescita di questo debito.

23 Gennaio 2008
http://www.kyotoclub.org/


L'Italia sta accumulando un debito di oltre 5 milioni di euro al giorno (5,4 milioni di euro) per lo sforamento delle emissioni di CO2 rispetto all'obiettivo previsto dal Protocollo di Kyoto.

Per la precisione, dal 1° gennaio 2008 il debito è di 63 € ogni secondo e al 23 di gennaio abbiamo già superato i 120 milioni di euro che diventeranno quasi 2 miliardi di euro a fine 2008.
La crescita del debito (per ogni tonnellata di CO2 abbiamo stimato un prezzo di 20 €) si può visualizzare in tempo reale dal contatore presente nel sito del Kyoto Club.

Questo costo deriva dal divario di oltre 90 milioni di tonnellate di CO2 che ci separa dagli obiettivi di Kyoto, con un livello di emissioni del 12% superiore rispetto al 1990. Va ricordato che nel periodo di adempimento 2008-2012, la quantità di emissioni assegnate all'Italia è pari a 483 Mt CO2 eq (-6,5% rispetto al 1990).

Questa è un'emergenza pesante in termini economici, di immagine e di mancate opportunità. Paghiamo dieci anni di sottovalutazione del problema climatico e di una notevole superficialità rispetto all'entrata in vigore del Protocollo.
Poiché ogni ulteriore ritardo comporterà costi crescenti sarà fondamentale che le istituzioni mettano al centro delle politiche del paese la questione climatica, con conseguenti scelte oculate su efficienza energetica, utilizzo delle fonti rinnovabili e trasporti.

Cina: Da oggi anche un ministro per l'ambiente

Il governo di Pechino ha costituito oggi il ministero dell'Ambiente

11 marzo 2008
http://www.ilsole24ore.com/

La Cina creerà per la prima volta un ministero per l' ambiente, fondendo l' attuale « ufficio per l' ambiente» con altre agenzie governative e dotandolo di maggiori poteri. Lo ha annunciato oggi il segretario del Consiglio di Stato (il governo) Hua Jianmin parlando agli oltre duemila deputati all' Assemblea Nazionale del Popolo (Npc), il Parlamento di Pechino.
La creazione del nuovo ministero è parte di una riforma della struttura del governo che vedrà anche la nascita di altri quattro «superministeri» costruiti con lo stesso criterio: uno per l' Industria e l' informatica, uno per le Risorse umane e la sicurezza sociale, uno per le Costruzioni e uno per i Trasporti.
Ciascuno dei «superministeri» sarà formato accorpando agenzie ed uffici governativi già esistenti, i cui poteri verranno fortemente ridotti dalla riforma. Per questo si ritiene che il progetto è destinato ad incontrare una forte resistenza da parte della burocrazia.
La riforma coincide con l' entrata nel governo di numerosi esponenti della generazione dei cinquantenni tra cui Li Keqiang, considerato il più probabile successore del primo ministro Wen Jiabao. Gli analisti affermano che la riforma consentirà a Wen un controllo più diretto su una serie di settori chiave come quelli dell' ambiente e dell' energia. Ieri il campione etiope della maratona, detentore del record del mondo, Haile Gebrselassie ha annunciato che non correrà la maratona olimpica di Pechino per il troppo inquinamento.