martedì 26 agosto 2008

"McFashion" fa male al pianeta così inquina l'abito usa e getta
Un'inchiesta del Guardian denuncia i danni provocati dalla moda low cost
Fra le cause, i pesticidi utilizzati nelle piantagioni di cotone e la qualità dei tessuti


di SARA FICOCELLI


L'HANNO battezzata "fast fashion" perché i segreti del suo successo sono gli stessi che rendono immortale il cheeseburger: piace, costa poco e si consuma in fretta. Al prezzo di una maglia da boutique puoi comprarne 20 e cambiarne una al giorno per quasi un mese, sfamando il tuo bisogno di essere cool a morsi da 10 euro.

Questo meccanismo non alimenta solo lo sfruttamento della manodopera, spesso minorenne, ma inquina l'ambiente in modo silenzioso e progressivo. La denuncia arriva dal quotidiano britannico The Guardian che spiega quali siano i danni collaterali della moda usa e getta. Il tabloid riporta i dati raccolti dalla Defra (Department for Environment, Food and Rural Affairs) che ha analizzato l'impatto ambientale di diversi materiali tessili a basso costo. E secondo la quale la "McFashion", con il suo menu a base di jeans&T-shirt, produce ogni anno oltre 3 milioni di emissioni di diossina.

Difficile però contrastare un mercato che vive grazie alla riduzione del potere d'acquisto, capillarizzato con negozi in franchising da Londra a New York, che non segue la moda ma la detta. Star come Jennifer Lopez e Madonna hanno disegnato la linea di queste collezioni, Kate Moss è stata loro testimonial e il tutto è reso ancora più appetibile da un assortimento pazzesco. Le magliette vendute a 5 euro vengono per lo più fabbricate nei Paesi asiatici e sono fatte in cotone e poliestere. Questo mercato copre l'80% della produzione tessile del pianeta e attutisce i costi di spedizione coast to coast consentendo di risparmiare sulla qualità delle materie prime.

Vietato però generalizzare e puntare il dito contro un sistema che dà lavoro a milioni di persone e permette a tutti di vestire alla moda. Alexandra Shulman, editorialista di Vogue nel Regno Unito, è a favore della "cheap fashion": "Basta colpevolizzare le case produttrici di moda, trovo meraviglioso che si possa acquistare un vestito da sera per 20 sterline e cambiare abito ogni volta che si vuole. Provate a regalare a una teenager una costosa maglia di qualità: la indosserà una volta e poi tornerà a comprare quel miniabito floreale in fibra sintetica che ha visto in centro... Come darle torto!".

Insomma, secondo la giornalista del prestigioso magazine femminile, la moda usa e getta fa bene all'umore e al portafogli, due aspetti da non sottovalutare nell'era del trionfo degli psicofarmaci.

Daniela Tramontano è invece l'ideatrice del progetto "Il filo che unisce", concorso italiano sulla moda etica e sostenibile che nasce per sensibilizzare designer e consumatori a un approccio etico all'abbigliamento. "Ci sono aziende come la Remei AG che coltivano in India cotone biologico - spiega - nei Paesi asiatici c'è un tasso di suicidi altissimo dovuto alle condizioni in cui si è costretti a raccogliere il cotone, coltivato con pesticidi che provocano tumori e altre malattie. Una maglietta venduta a 10 euro cela un mondo di inguistizie e danni ambientali che noi possiamo solo intuire".

Paolo Zegna, vicepresidente di Confindustria e presidente di Milano Unica, il salone italiano del tessile che aprirà nel capoluogo lombardo il prossimo 16 settembre, è comunque ottimista sul futuro del mercato di qualità. "Nel mondo c'è un numero crescente di consumatori disposti a pagare un sovraprezzo per ricevere in cambio il top - spiega - questo non è in contraddizione con lo sviluppo della 'cheap fashion', direi che va in parallelo ed è su questo binario che dobbiamo attestarci".

Il tessile di qualità italiano ed europeo è eco-compatibile, rispetta normative severe e non causa danni all'uomo con l'utilizzo di tinture cancerogene. I vestiti prodotti da questo circuito costano decisamente di più ma, come dice una famosa pubblicità, ci sono cose che non hanno prezzo.

(26 agosto 2008) http://www.repubblica.it/

mercoledì 28 maggio 2008

Energia Solare x3 con le nanotecnologie

Energia solare moltiplicata per tre
SCOPERTA della Technische Universiteit di Delft, IN OLANDA Coi «nanoconduttori» anziché ottenere un solo elettrone da ogni fotone è possibile averne tre

27 maggio 2008

http://www.corriere.it/


AMSTERDAM (OLANDA) - Un team di ricercatori dell’Università di Tecnologia di Delft (Olanda) e della Foundation for Fundamental Research on Matter hanno utilizzato nanocristalli come semiconduttori, approdando a una significativa scoperta: la capacità di produzione di energia delle celle solari con l’uso di questi semiconduttori viene triplicata. Gli studiosi hanno ribattezzato il processo di moltiplicazione «effetto valanga».

LO STUDIO - Lo studio verrà pubblicato sulla rivista Nano Letter e subito dopo inizieranno le prime sperimentazioni. L’effetto valanga era già stato individuato in passato e nel 2004 uno studio dei ricercatori del National Laboratories di Los Alamos, in Nuovo Messico, ipotizzava che il miglioramento nelle prestazioni di un impianto per l'energia solare, grazie ai nanocristalli, potesse essere ben maggiore. Ora viene finalmente dimostrata la validità dell’effetto moltiplicatore di questo materiale, anche se si tratta di un’incidenza inferiore a quella ipotizzata.

L’ENERGIA SOLARE - Pannelli costosissimi per produrre relativamente poca energia: questo è uno dei mali dell’energia solare, ritornata più che mai in auge in tempi di crisi energetica. In Italia si annuncia la riapertura delle centrali nucleari, Veronesi e Rubbia dibattono sulla quarta generazione dell’energia all’uranio, sulla sua validità e sulle alternative esistenti, mentre ancora una volta ci si chiede perché, in un Paese come l’Italia, l’energia pulita e poderosa che ci regala il Sole non venga sfruttata a dovere. Dall’Olanda potrebbe arrivare una piccola rivoluzione.

Emanuela Di Pasqua

mercoledì 7 maggio 2008

Gli italiani bocciano i mezzi pubblici

In macchina, per scelta o per forza
Gli italiani non scelgono i mezzi
Il quinto rapporto sulla mobilità realizzato da Isfort per Asstra Cala il gradimento per bus e tram, va meglio la metropolitana
di DONATELLA ALFONSO

http://www.repubblica.it/
7 maggio 2008

GENOVA - A prendere il bus e la metropolitana gli italiani ci provano tutti i giorni (specialmente al Nord Ovest), e nel 2007 hanno confermato le buone intenzioni, spinti anche dal rincaro dei carburanti, facendo crescere addirittura di un miliardo e mezzo il numero dei passeggeri trasportati in un qualsiasi giorno medio feriale. Ma la fiducia è spesso mal riposta: e infatti crescono anche l'irritazione, i tempi di trasporto si fanno più lenti, la soglia di soddisfazione scende decisamente sotto la sufficienza. E si preferisce tornare all'amata-odiata auto: il trasporto pubblico non è all'altezza, starò in coda, ma almeno mi muovo come mi pare.

E non a caso "Così è, se vi pare" è il titolo del quinto rapporto sulla mobilità in Italia realizzato da Isfort per Asstra, l'associazione dei trasporti, che viene presentato stamani a Genova. Titolo pirandelliano per dire che la domanda di mobilità in Italia è arrivata al punto di non ritorno: il traffico è troppo e la benzina costa troppo cara per andare in auto, ma i mezzi pubblici non riescono, nonostante gli sforzi, ad essere all'altezza. E le misure di contenimento finora studiate per i grandi centri urbani - dalle targhe alterne all'introduzione dei divieti per le auto più inquinanti - sono considerate solo dei palliativi, ben lontani dal risolvere la necessità potenziale: muoversi e arrivare.

L'osservatorio "Audimob" di Isfort è prodigo di dati. Ci si sposta soprattutto nell'arco di dieci chilometri (anche se magari si è andati a vivere fuori, tanto che il dato riguardava il 79,8% di utenti nel 2000, e scende al 73,5% nel 2007) e aumentano gli spostamenti giornalieri complessivi (circa 123 milioni, +3,3% sul 2006). Ma bus e metropolitana sembrano più una condanna che una scelta, se è vero che si scende dall'82,8% all'81% di spostamenti quotidiani in auto, mantenendo l'11,5% del trasporto pubblico: la quota di utenti soddisfatti del trasporto su bus e tram è del 62,1% (69,4% nel 2006) mentre piace, anzi guadagna la metro (83,5% di soddisfazione, leggero incremento sul 2006). E comunque è un gradimento risicatissimo, sul filo del "sei politico", che scende inesorabilmente al cinque e mezzo nei grandi centri urbani. Chi non ama il bus si rifà col metrò: già nel 2006 il punteggio medio aveva raggiunto il "7", e nel 2007 siamo arrivati al 7,23. C'è bisogno di altro per capire che quello che piace agli utenti è poter viaggiare su linee dove, in genere, si può contare su servizi regolari?

Chi scende dal bus bloccato nel traffico, spesso ricorre al motorino: motocicli e ciclomotori salgono infatti in un anno dal 10,6% all'11,9% e il parco circolante delle due ruote è cresciuto ancora del 6%, arrivando a oltre 5,6 milioni di mezzi rispetto a 35 milioni e mezzo di auto (la crescita è stata solo dello 0,9%); nel 1985, tanto per avere un'idea, le auto erano 22,4 milioni e solo due milioni le due ruote.

Il caro benzina sta creando contrazioni importanti sul mercato dell'auto, ma chi una qualche quattroruote ce l'ha, ricomincia a usarla e sempre più incattivito, è il grido di allarme di Asstra, che cercherà, in due giorni di lavori a Genova, di mettere in chiaro le migliori politiche di trasporto pubblico. Che è più forte nel Nord-Ovest, dove raggiunge una quota di mercato del 19,3% rispetto alla media nazionale dell'11,5% e fa registrare un incremento stabile nel Nord-Est e anche al Centro, dove peraltro continua il boom dei motorini (10% dei mezzi usati, con Roma capitale), mentre Sud e isole si dedicano devotamente all'auto (86,7% degli spostamenti, con un 6,7% di trasporto pubblico e 6,6% di moto).

Ma perché non prendere il bus? E' poco comodo e poco accessibile, risponde il 70% del campione intervistato da Isfor, impiega troppo tempo (42,5%) e non offre collegamenti adeguati (17,1%), mentre minime sono le critiche sul costo e scende il fattore della preferenza tout court. Davvero critici sono soprattutto la disponibilità percepita del servizio e l'informazione su percorso, linee e orari. E siccome scende la velocità media (da 15,3 a 14,1 km all'ora), mentre addirittura le auto fanno registrare un leggero miglioramento, non ci sono corsie preferenziali che tengano: riprendiamoci l'auto, dicono i più esasperati che non vogliono saperne dei mezzi affollati, della forzata contiguità (anzi, dell'accatastamento dei viaggiatori).

Una sorta di "antipolitica" del trasporto pubblico per cui gli italiani vorrebbero, anzi vogliono prendere il bus ma alla fine, intrappolati nel traffico, cedono alla tentazione di contribuire a crearne ancora di più. Anche perché scende pure la mobilità "ecologica", dice la ricerca: nel 2007 gli spostamenti a piedi o in bici hanno subito un arretramento dell'1,4%, fermandosi al 32,5%. In attesa, è chiaro, che passi l'ultimo metrò.

martedì 22 aprile 2008

22 Aprile - Earth Day

Si celebra la Giornata della Terra
nel 1970 erano 20 milioni in piazza

L'appuntamento istituito in favore dell'ambiente. Centinaia di manifestazioni nel mondo "Sempre più urgenti iniziative che sensibilizzino sui rischi che corre il nostro pianeta"

http://www.repubblica.it/
22 aprile 2008


ROMA - Si celebra oggi in tutto il mondo la Giornata della Terra, appuntamento che torna ogni anno dal lontano 1970 quando Gaylord Nelson, senatore del Wisconsin, mobilitò 20 milioni di americani per una gigantesca dimostrazione in favore dell'ambiente. Da quella mitica manifestazione nacque, nel 2000 e su iniziativa dello stesso Nelson, l'Earth Day Network e oggi centinaia di manifestazioni nel mondo la celebrano.

''Deforestazione, inquinamento di mari e fiumi, smog, clima impazzito. La Terra - scrive National Geographic Channel - è sempre più minacciata dai cambiamenti ambientali, determinati dalla crescita vertiginosa dell'economia globale. Diventano quindi urgenti iniziative che sensibilizzino le persone sui rischi che il nostro pianeta corre e sui rimedi che vanno presi partendo dalla vita di tutti i giorni''.

Nel 2006 il WWF aveva presentato il suo bilancio periodico sullo stato del pianeta. Dopo due anni di studi, lo scenario che si profilava indicava che la popolazione umana entro il 2050 avrebbe raggiunto un ritmo di consumo insostenibile pari a due volte la capacità del pianeta Terra. I segnali di stress ci sono tutti e ci colpiscono direttamente, non fanno sconti: povertà e cibo, crisi energetica e cambiamenti climatici, scarsità di acqua che dalle aree più povere del pianeta si estendono ad aree storicamente fertili, a culle della civiltà quali il nostro mediterraneo.

lunedì 7 aprile 2008

Intervista a Rubbia sul futuro Energetico

Rubbia: "Né petrolio né carbone
soltanto il sole può darci energia"
Sì al nucleare innovativo con piccole centrali senza uranio
Ma non esiste un nucleare sicuro o a bassa produzione di scorie

di GIOVANNI VALENTINI

30 marzo 2008
http://www.repubblica.it/


GINEVRA - Petrolio alle stelle? Voglia di nucleare? Ritorno al carbone? Fonti rinnovabili? Andiamo a lezione di Energia da un docente d'eccezione come Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica: a Ginevra, dove ha sede il Cern, l'Organizzazione europea per la ricerca nucleare. Qui, a cavallo della frontiera franco-svizzera, nel più grande laboratorio del mondo, il professore s'è ritirato a studiare e lavorare, dopo l'indegna estromissione dalla presidenza dell'Enea, il nostro ente nazionale per l'energia avviluppato dalle pastoie della burocrazia e della politica romana.

Da qualche mese, Rubbia è stato nominato presidente di una task-force per la promozione e la diffusione delle nuove fonti rinnovabili, "con particolare riferimento - come si legge nel decreto del ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio - al solare termodinamico a concentrazione". Un progetto affascinante, a cui il premio Nobel si è dedicato intensamente in questi ultimi anni, che si richiama agli specchi ustori di Archimede per catturare l'energia infinita del sole, come lo specchio concavo usato tuttora per accendere la fiaccola olimpica. E proprio mentre parliamo, arriva da Roma la notizia che il governo uscente, su iniziativa dello stesso ministro dell'Ambiente e d'intesa con quello dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, ha approvato in extremis un piano nazionale per avviare anche in Italia questa rivoluzione energetica.

Prima di rispondere alle domande dell'intervistatore, da buon maestro Rubbia inizia la sua lezione con un prologo introduttivo. E mette subito le carte in tavola, con tanto di dati, grafici e tabelle.

Il primo documento che il professore squaderna preoccupato sul tavolo è un rapporto dell'Energy Watch Group, istituito da un gruppo di parlamentari tedeschi con la partecipazione di scienziati ed economisti, come osservatori indipendenti. Contiene un confronto impietoso con le previsioni elaborate finora dagli esperti della IEA, l'Agenzia internazionale per l'energia. Un "outlook", come si dice in gergo, sull'andamento del prezzo del petrolio e sulla produzione di energia a livello mondiale. Balzano agli occhi i clamorosi scostamenti tra ciò che era stato previsto e la realtà.

Dalla fine degli anni Novanta a oggi, la forbice tra l'outlook della IEA e l'effettiva dinamica del prezzo del petrolio è andata sempre più allargandosi, nonostante tutte le correzioni apportate dall'Agenzia nel corso del tempo. In pratica, dal 2000 in poi, l'oro nero s'è impennato fino a sfondare la quota di cento dollari al barile, mentre sulla carta le previsioni al 2030 continuavano imperterrite a salire progressivamente di circa dieci dollari di anno in anno. "Il messaggio dell'Agenzia - si legge a pagina 71 del rapporto tedesco - lancia un falso segnale agli uomini politici, all'industria e ai consumatori, senza dimenticare i mass media".

Analogo discorso per la produzione mondiale di petrolio. Mentre la IEA prevede che questa possa continuare a crescere da qui al 2025, lo scenario dell'Energy Watch Group annuncia invece un calo in tutte le aree del pianeta: in totale, 40 milioni di barili contro i 120 pronosticati dall'Agenzia. E anche qui, "i risultati per lo scenario peggiore - scrivono i tedeschi - sono molto vicini ai risultati dell'EWG: al momento, guardando allo sviluppo attuale, sembra che questi siano i più realistici". C'è stata, insomma, una ingannevole sottovalutazione dell'andamento del prezzo e c'è una sopravvalutazione altrettanto insidiosa della capacità produttiva.

Passiamo all'uranio, il combustibile per l'energia nucleare. In un altro studio specifico elaborato dall'Energy Watch Group, si documenta che fino all'epoca della "guerra fredda" la domanda e la produzione sono salite in parallelo, per effetto delle riserve accumulate a scopi militari. Dal '90 in poi, invece, la domanda ha continuato a crescere mentre ora la produzione tende a calare per mancanza di materia prima. Anche in questo caso, come dimostra un grafico riassuntivo, le previsioni della IEA sulla produzione di energia nucleare si sono fortemente discostate dalla realtà.

Che cosa significa tutto questo, professor Rubbia? Qual è, dunque, la sua visione sul futuro dell'energia?
"Significa che non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l'uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l'oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra".

Eppure, dagli Stati Uniti all'Europa e ancora più nei Paesi emergenti, c'è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?
"Sa quando è stato costruito l'ultimo reattore in America? Nel 1979, trent'anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l'arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l'uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie".

Ma non si parla ormai di "nucleare sicuro"? Quale è la sua opinione in proposito?
"Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo".

In che cosa consiste?
"Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile".

Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?
"E' già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia".

Ora c'è anche il cosiddetto "carbone pulito". La Gran Bretagna di Gordon Brown ha riaperto le sue miniere e negli Usa anche Hillary Clinton s'è detta favorevole...
"Questo mi ricorda la storia della botte piena e della moglie ubriaca. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell'umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l'anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso".

E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l'uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l'alternativa?
"Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell'elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità".

Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo i deserti...
"E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l'energia nel nostro Paese. Anche gli antichi romani dicevano che l'uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l'energia necessaria all'intero pianeta. E un'area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell'Italia, un'area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma".

Il sole, però, non c'è sempre e invece l'energia occorre di giorno e di notte, d'estate e d'inverno.
"D'accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l'energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l'acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente".

Se è così semplice, perché allora non si fa?
"Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com'è accaduto del resto per il computer vent'anni fa".

martedì 25 marzo 2008

Dal consumo di carne il 30% delle emissioni mondiali

Bianca, biologica e allevata libera
La carne che fa meno male al Pianeta

Scegliere polli non cresciuti in gabbia non è importante solo per il gusto e la qualità
Dall'accrescimento forzato degli animali danni pesanti per salute e ambiente
Bianca, biologica e allevata libera la carne che fa meno male al Pianeta


23 marzo 2008
http://www.repubblica.it/
di VALERIO GUALERZI

Polli in allevamento

ROMA - E' un sentiero stretto quello che deve percorrere il consumatore, responsabile ma deciso a non fare sparire la carne dalla sua tavola. I margini per comportarsi in maniera eco compatibile senza rinunciare alla bistecca o al pollo arrosto sembrano essere davvero esigui. Se l'aggettivo viene ormai associato un po' a tutto, dall'energia ai trasporti, dal turismo all'agricoltura -gli ecologisti integralisti lo considerano più che altro un ossimoro di comodo- definire un allevamento "sostenibile" è qualcosa che rimane difficile anche ai più pragmatici.

"Se prendiamo in esame quello che accade nella zootecnia bovina c'è davvero poco a cui aggrapparsi", spiega Guglielmo Donadiello, responsabile agricoltura di Legambiente. "Le pratiche d'ingrassamento rese necessarie dal consumo di carne rossa su larga scala sono sostanzialmente incompatibili con qualsiasi concetto di sostenibilità. Le cosiddette vacche 'nutrici' possono anche essere lasciate pascolare in libertà, ma tutto finisce quando avviene il ristallo e devono essere rimpinzate di soia proveniente in massima parte dalle coltivazioni intensive dell'America Latina, con gli enormi costi ambientali (trasporto, deforestazione, inquinamento) che questo comporta".

I cultori dello Slow Food e delle razze autoctone da crescere al pascolo non saranno d'accordo, ma sul potenziale di questa alternativa Donadiello è scettico. "All'attuale ritmo dei consumi - dice - tutti i capi di Piemontese e Chianina non sarebbero in grado di sfamare Milano e Roma per più di qualche mese". "L'unica vera alternativa - aggiunge - potrebbero essere gli allevamenti biologici", dove non solo sono messi al bando determinati tipi di mangimi, ma gli animali sono lasciati crescere in libertà e più lentamente.

In Italia, stando all'ultimo rapporto Ismea, sono però una rarità: quelli con oltre cento capi di bestiame censiti nel 2007 sono in tutto 13. Comprare carne bovina biologica in Italia significa quindi quasi sempre comprarla d'importazione, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista dell'inquinamento prodotto dal trasporto.

Va un po' meglio se dalla carne rossa ci si sposta su quella bianca, e non solo perché a parità di chili prodotti la quantità di CO2 emessa cala decisamente. Nel campo avicolo gli allevamenti "sostenibili" sono infatti più facili da realizzare e malgrado il forte ritardo che ci distingue dal resto d'Europa, anche qualche gigante del settore come Amadori ha iniziato a darsi da fare. "Fermo restando che malgrado la forte differenza di prezzo la scelta migliore resta quella del biologico, stanno iniziando a diffondersi anche degli allevamenti 'convenzionali' dove gli animali sono tenuti in libertà", spiega Donadelli. Le differenze rispetto a quelli cresciuti in gabbia sono fondamentali, non solo per le evidenti ragioni "animaliste".

"Tenuti liberi - precisa ancora Donadelli - polli e tacchini hanno il tempo di crescere fino a circa ottanta giorni anziché i trenta delle gabbie. Questo significa che non devono essere pompati immediatamente con le proteine della solita soia importata, ma hanno il tempo di assimilare quelle di orzo e altri cereali, incamerando anche i sali minerali importanti per la nostra alimentazione".

martedì 18 marzo 2008

Carbon Neutral World Cup

Paesi "neutri" nelle emissioni nocive
Il Costa Rica è primo nel mondo

La "gara" consiste nel bilanciare la produzione di anidride carbonica
con qualcosa che sia in grado di catturare i gas serra, come una foresta
Il governo di San Josè sostiene di aver raggiunto l'obiettivo

13 marzo 2008
http://www.repubblica.it/

di LUIGI BIGNAMI

UN PICCOLO gruppo di nazioni, in continuo aumento, sta concorrendo a una gara non scritta per diventare un "Paese neutro" nelle emissioni di anidride carbonica. Una gara contro l'effetto serra che viene idealmente chiamata "Carbon-neutral World Cup" e che, attualmente vede in testa Costa Rica, Norvegia, Nuova Zelanda e Islanda.

Raggiungere la "neutralità" delle emissioni di anidride carbonica significa bilanciare le emissioni di gas serra che si producono bruciando i combustibili fossili, con qualcosa che sia in grado di catturarli, come ad esempio un'estesa foresta.

In questi giorni Roberto Dobles, Ministro costaricano dell'Ambiente e dell'Energia sostiene che il suo Paese si è aggiudicata la gara avendo raggiunto l'obiettivo di essere un "paese neutro".

"Avevamo capito da tempo che i cambiamenti climatici sono probabilmente la maggiore sfida dell'umanità dei nostri giorni ed è responsabilità di ciascuno combatterli", ha spiegato Dobles in una conferenza stampa a San Josè.

Ma come è riuscito il Costa Rica, poco più di quattro milioni di abitanti, a raggiungere l'obiettivo? Lavorando su strade diverse. Da un lato è riuscito a produrre l'80 per cento della propria energia da fonti rinnovabili, come l'acqua e il vento, dall'altro ha ampliato la biosfera tropicale che nel Paese trova le condizioni ideali per potersi sviluppare. Con una superficie grande solo un sesto dell'Italia il Costa Rica possiede circa il 5 per cento delle specie di piante e di animali del mondo.

Nonostante che la deforestazione sia ancora in atto in alcune aree del paese, il governo ha superato di molto gli obiettivi che si era posto nel rendere più verde il territorio. Più di sei milioni di alberi sono stati piantati nel solo 2007, superando l'obiettivo di un milione che le autorità si erano proposte all'inizio dell'anno. Per il 2008 l'obiettivo è di sette milioni. "Quasi due piante per ogni abitante", ha sottolineato il Ministro.

C'è comunque chi fa notare, soprattutto alcune agenzie per la tutela dell'ambiente, che il governo ha deciso di iniziare le ricerche di petrolio in mare. Quindi quanto fatto finora potrebbe essere vanificato in poco tempo. Risponde Dobles: "In questo momento il paese vede aumentare giorno dopo giorno la richiesta di energia e finché non saremo totalmente autonomi dal petrolio non potremo farne a meno neanche noi. Tuttavia il nostro impegno è fortemente rivolto nello sviluppo dell'utilizzo dell'idrogeno su cui stiamo investendo moltissimo".

Un'altra critica riguarda il modo con il quale si è sviluppato il turismo in alcune aree dove numerosi e grandi villaggi turistici hanno profondamente alterato l'ambiente. Oggi una dozzina di voli settimanali dagli Stati Uniti porta in continuazione turisti in Costa Rica.

"Anche a questo - risponde il ministro - abbiamo cercato di dare una risposta. Il piano di sviluppo turistico dei prossimi anni prevede solo hotel "verdi" che non lascino alcun debito di anidride carbonica dietro di sé".

C'è da chiedersi ora se davvero il Costa Rica è giunto primo nella "Carbon-neutral World Cup", a quale distanza arriverà il gruppetto degli inseguitori e quando giungerà al traguardo il gruppo che ha firmato il Protocollo di Kyoto.