giovedì 5 marzo 2009

Cinquecento ore l'anno in auto

Cinquecento ore l'anno in auto
Incubo al volante in città

Secondo un'inchiesta dell'Aci gli automobilisti ormai vivono in macchina
Il costo della congestione stradale è di 40 miliardi di euro l'anno



Quaranta miliardi di euro l'anno: è quanto costa agli automobilisti italiani il traffico. Il tempo perso in città, imbottigliati in macchina si paga caro secondo un'indagine dell'Aci che in quattro città campione (Roma, Milano, Torino e Genova) ha studiato a lungo i dati raccolti da vetture attrezzate con dispositivi di localizzazione GPS. Il quadro che emerge è preoccupante perché alla fine si scopre che romani e milanesi passano più di 500 ore l'anno in macchina. E che per loro lo spostamento medio, in città, dura circa 60 minuti, per la metà persi ovviamente in code e rallentamenti.

LA TABELLA

Tragica anche la situazione nelle città più piccole prese in esame dall'Aci perché i torinesi passano 450 ore l'anno in auto e 380 i genovesi. Cosa fare? Niente è la risposta che da anni arriva da ogni tipo di governo: nessun parcheggio, nessuna modifica alla viabilità e nessun tentativo di ridurre il parco circolante: in Italia oggi circolano più di 35 milioni di auto, ma solo 10 anni fa erano 30 milioni e nel 1986 si fermavano a 24; mentre negli anni Sessanta ce n'erano solo 1,9 milioni, cioè meno di quante se ne vendono ora ogni anno e quasi quanto l'aumento del circolante negli ultimi tre anni...

Ma visto che quest'analisi arriva proprio da un ente che si chiama “Automobile club” i dati sono anche accompagnati da una proposta: quella di gestire meglio le informazioni di infomobilità urbana. Secondo l'Aci infatti un sistema del genere ben oliato consentirebbe una riduzione “fino al 40% dei livelli di congestione, valorizzabile in 16 miliardi di euro”.
E' stata quindi messa a punto una Centrale di Informazione sulla mobilità stradale battezzata “Luce Verde Infomobilità Roma”, realizzata dall'Automobile Club d'Italia in collaborazione con la Polizia Municipale del Comune di Roma, con l'obiettivo dichiarato di avere “una raccolta puntuale delle informazioni - come spiegano al quartier generale dell'Aci - nella loro validazione ed elaborazione, e nella diffusione attraverso una moltitudine di canali di comunicazione”.
Una cosa che fino a oggi non è riuscita a nessuno, proprio per il caotico sistema di comunicazione fra forze dell'ordine, polizie locali e gestori (Anas e società Autostrade) delle strade.

La proposta dell'Aci punta tutto però sulle polizie locali, ma anche sul monitoraggio con telecamere dei punti nevralgici della rete stradale urbana. Il tutto poi dovrebbe confluire on line e sulle emittenti radio e tv locali. Belle idee, che però cominciano male: il sito web (www.roma.luceverde.it) - “dove pianificare il tragitto urbano con un quadro aggiornato degli eventi sul percorso” - proprio il giorno del debutto dell'iniziativia - rimanda su una pagina di google, not found. Motivo? A Roma è stato infatti tagliato un cavo di fibre ottiche è il sito è andato in tilt, così è stato aperto un nuovo spazio web all'indirizzo www.Infomobilitaroma.it. Un esempio lampante della situazione e dei problemi da risolvere per mettere in piedi un progetto così ambizioso...

(5 marzo 2009)
http://www.repubblica.it/

mercoledì 14 gennaio 2009

Eolico in Italia. Sul 2008 più 37%

L’aumento I megawatt di potenza totale installata sono passati da 2.726 a 3.743. Gli impianti: 3.640
Italia, l’energia del vento In un anno il 37% in più
Ma Germania e Spagna restano lontane

Il dato è di questa settimana. Chiusi i conti relativi al 2008 è risultato che l’energia del vento in Italia ha avuto un balzo insperato, passando da 2.726 megawatt di potenza totale installata a 3.743 megawatt. Più di mille megawatt aggiuntivi, pari a una crescita record del 37%. Nel corso del 2008, i 3.640 aerogeneratori installati nel nostro Paese, hanno prodotto oltre 6 miliardi di kilowattora, cioè il 2% dei consumi elettrici, e alimentato i bisogni di 6,5 milioni di italiani. Non sono ancora disponibili le esatte prestazioni degli altri Paesi europei nell’anno appena trascorso, ma sembra che intanto abbiamo risalito la classifica e conquistato il terzo o quarto posto per potenza eolica installata, dopo Germania, Spagna e probabilmente Francia.

Salvo il fatto che potremmo perdere tale posizione se non si continuasse a mantenere il passo appena intrapreso. I dati aggiornati, assieme a un certo stupore degli stessi operatori del settore, arrivano da un tavolo tecnico formato da Enea, associazioni dell’eolico e delle rinnovabili, gestori del sistema elettrico e della rete di trasmissione, che si riunisce ogni anno con il proposito di fare il punto della situazione. Lo stupore sul risultato positivo deriva dalla consapevolezza che l’eolico in Italia è come una Ferrari che corre con la leva del freno a mano tirata: si sviluppa, ma non tanto quanto potrebbe e soprattutto molto meno di quello dei partner europei con cui abbiamo l’ambizione di confrontarci. «Resta il fatto che Germania e Spagna, i Paesi in testa alla classifica europea, ci subissano e, nonostante la nostra crescita, il distacco fra loro e noi continua a crescere — lamenta Simone Togni, segretario generale dell’Associazione nazionale di energia del vento (Anev), che riunisce oltre il 70% dei produttori di elettricità del settore —. La Germania, per esempio, nel 2007 (l’ultimo anno di cui si hanno dati certi) ha impiantato aerogeneratori per 1.667 megawatt, arrivando a un totale di 22.247 megawatt, cioè quasi dieci volte più di noi, e tutto ciò con un territorio meno ventoso del nostro».

L’insoddisfazione per lo sviluppo frenato dell’eolico non è immotivata: alla fine dell’anno scorso il nostro Paese, pur con qualche mal di pancia, ha condiviso l’approvazione del pacchetto energia-clima dell’Unione Europea. Entro il 2020 l’Europa, in media, dovrà raggiungere il 20% di rinnovabili e altrettanto di efficienza energetica e di riduzioni dei gas serra (in Italia l’obiettivo delle rinnovabili è del 17%). E l’eolico appare oggi, fra le rinnovabili, la forma di energia più adatta per tagliare il traguardo. Ma quali sono i lacci che impediscono all’eolico italiano di decollare come in altri Paesi? «Da noi ci sono iter autorizzativi che durano in media cinque anni, invece che tre mesi come in Germania — riferisce Togni —. E ciò nonostante la normativa europea preveda un massimo di 180 giorni, cioè sei mesi, per esaurire tutte le verifiche e approvare o respingere i progetti di installazione delle turbine eoliche». Aggiunge Luciano Pirazzi, che per l’Enea gestisce un meticoloso osservatorio degli sviluppi dell’eolico, valutati anno dopo anno: «Quando un impianto è realizzato e pronto a partire, spesso ci vogliono altri mesi di attesa per ottenere il collegamento alla rete elettrica, la quale, purtroppo, non è adeguata a questo tipo di impianti molto dispersi sul territorio, e prevalentemente collocati in regioni, come quelle del Sud, strutturalmente carenti di reti di trasmissione e distribuzione ».

Terna, Enel e le aziende municipalizzate si stanno dando molto da fare per colmare queste lacune, aggiunge Pirazzi, ma resta ancora molto lavoro da portare avanti. A dispetto degli impedimenti autorizzativi la fiducia degli investitori italiani, alimentata dal boom dell’eolico fuori dei confini nazionali, a cui prima o poi converrà adeguarci, resiste. Anche perché qualche segno positivo è già arrivato. «Un provvedimento Scajola-Prestigiacomo dell’anno scorso assicura ai produttori maggiori ritorni economici grazie alla più facile commerciabilità sul mercato dei certificati verdi ottenuti dalle aziende elettriche che investono nel vento», spiega Togni. In pratica chi, rispettando l’obbligo della produzione di una quota di circa il 4% di energia elettrica con rinnovabili, ottiene certificati verdi li può vendere a buon prezzo a chi non ce l’ha fatta a raggiungere l’obiettivo ed è costretto all’acquisto dei titoli ecologici. E’ in dirittura d’arrivo un altro provvedimento che impone la regolamentazione delle quote di eolico da installare nelle varie regioni, in modo tale che gli investitori possano programmare gli impianti senza sorprese, com’è accaduto, per esempio, in Sardegna e in Sicilia, dove ci sono stati pronunciamenti degli enti locali contro gli aerogeneratori.

Tutta questa materia dovrebbe finalmente essere coordinata da un Osservatorio nazionale per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica, da poco rilanciato e affidato al direttore generale dell’Ambiente Corrado Clini. Sarebbe proprio grazie alle novità già introdotte o attese se l’anno scorso si è guardato con più fiducia agli investimenti nell’eolico e si è registrato l’insperato successo dei mille megawatt in più. «Si tratta di una performance positiva che si potrebbe ripetere anche quest’anno—prevede Pirazzi—e che potrebbe allinearci a Paesi come Regno Unito, Francia e Portogallo, che sono abbastanza vicini a noi in classifica e che stanno andando molto bene, grazie a un forte consenso sociale e a una politica energetica delle rinnovabili favorevole e condivisa ».


Franco Foresta Martin
14 gennaio 2009
http://www.corriere.it/

lunedì 12 gennaio 2009

Consumismo: La TV al plasma come un SUV del salotto

TELEVISIONI
"Non comprate tv al plasma Inquinano come dei Suv"
Iniziativa ambientalista del governo inglese in merito a questa tecnologia per i grandi schermi.

LONDRA - Li chiamano "i 4x4 del salotto": sono i televisori giganti al plasma, il cui schermo piatto da 50 pollici in su occupa tutta, o quasi, una parete. Come i fuoristrada che inquinano l'ambiente, ora anche queste mega-tivù sono nel mirino degli ambientalisti: consumano troppa energia, quattro volte di più di un tradizionale televisore e più del doppio di uno delle stesse dimensioni a cristalli liquidi. Perciò il governo laburista di Gordon Brown ha deciso di metterli al bando come mossa contro il cambiamento climatico, secondo quanto hanno anticipato fonti ufficiali al quotidiano Independent.

L'iniziativa fa parte di una più ampia lotta alle tivù che consumano in modo eccessivo: l'Unione Europea sta finalizzando i dettagli di un nuovo regolamento che obbligherà a rispettare degli standard minimi per tutti i televisori. I modelli più spreconi verranno gradualmente mandati in pensione, e il resto riceverà etichette che indicheranno chiaramente il consumo di energia in modo da permettere agli acquirenti di identificare i più e i meno efficienti dal punto di vista del risparmio energetico. Un piano che prende ad esempio misure simili entrate in vigore in tutta Europa per i frigoriferi e per altri elettrodomestici, risultato in un considerevole risparmio di energia nel corso dell'ultimo decennio.

Il problema è che negli ultimi trent'anni, nel Regno Unito come nel resto d'Occidente, il numero degli elettrodomestici e dei gadget elettronici in una casa media è quasi triplicato, passando da 17 a 47. Là dove una volta c'erano solo il ferro di stiro, l'aspirapolvere, la lavatrice e un televisore per tutta la famiglia, ora si aggiungono congegni di ogni tipo, dagli scanner agli allarmi, dalla macchina per fare il caffè e il cappuccino ai computer e alle console di videogiochi. Per tacere delle tivù, che si sono moltiplicate al punto che oggi nelle abitazioni di questo paese ce ne sono 60 milioni, una per ogni membro della popolazione, inclusi i neonati e chi la televisione non la guarda mai. L'ammontare di energia necessario per far funzionare questa esplosione di elettrodomestici è più che raddoppiato nel medesimo periodo di tempo, e gli esperti calcolano che crescerà di un altro 12 per cento nei prossimi quattro anni.

Il boom in televisori a schermo piatto, così come quello in televisori sempre più grandi, contribuisce all'aumento del consumo energetico. Perciò il governo ha ora deciso di intervenire con un divieto per le tivù al plasma più grandi, le "4x4 del living-room" appunto. Un televisore al plasma da 50 pollici può consumare 822 kilowatt per ora, contro i 350 di un televisore a cristalli liquidi della stessa grandezza e i 322 di un tradizionale televisore a tubo catodico. Un grosso modello al plasma può consumare quattro volte più elettricità del più grande modello catodico, ed essere responsabile dell'emissione di quattro volte tanto ossido di carbonio. La campagna per ridurre il consumo energetico della tivù include l'ammonimento di non spegnere i televisori col telecomando, ma con il tasto sulla tivù, in modo da staccare completamente l'energia: di notte, con lo schermo buio, i "fuoristrada da salotto" continuano a sprecare elettricità.

(12 gennaio 2009)
http://www.repubblica.it/





Plasma TVs have been dubbed the '4x4s of the living room' because of their energy wastage
Giant plasma TVs face ban in battle to green Britain
New rules will phase out energy-guzzling flatscreen televisions as the EU brings its climate campaign to the living room

By Geoffrey Lean and Jonathan Owen
Sunday, 11 January 2009
Plasma TVs have been dubbed the '4x4s of the living room' because of their energy wastage


Energy-guzzling flatscreen plasma televisions will soon be banned as part of the battle against climate change, ministers have told The Independent on Sunday.

"Minimum energy performance standards" for televisions are expected to be agreed across Europe this spring, they say, and this should lead to "phasing out the most inefficient TVs". At the same time, a compulsory labelling system will be drawn up to identify the best and worst devices.

The moves, which follow last week's withdrawal of the 100W incandescent lightbulb, are part of a drive to slow the rapid growth of electricity consumption in homes by phasing out wasteful devices and introducing more efficient ones. Giant plasma televisions – dubbed "the 4x4s of the living room" – can consume four times as much energy as traditional TVs that used cathode ray tubes (CRTs).

Over the past 30 years, the number of electric appliances and gadgets in a typical home has almost trebled – from 17 to 47 – as a host of devices from scanners to security systems, cappuccino makers to computer game consoles have joined the more traditional kettles, irons, vacuum cleaners and cookers. And the number of televisions in homes has also grown rapidly; there are now 60 million of them, one for every person in the country.

The amount of power needed to run this electronic explosion has more than doubled in the same period, and the official Energy Savings Trust estimates that it will grow by another 12 per cent over the next four years.

The boom in flatscreen TVs, partly spurred by the digital changeover, is helping to fuel the increase, as is the growing size of the screens. The Department for Environment, Food and Rural Affairs (Defra) said last week: "In the past five years we have seen the main television in a household change from typically being a 24in to 32in CRT television to being a much larger flatscreen television, with screen sizes of between 32 and 42 inches becoming more and more common. Not surprisingly, this has seen the energy used by the main television in the house increase."

Different makes and models of television vary in their use of power, but a 42in plasma television may use some 822 kilowatt hours a year, compared to 350kWh by an LCD flat screen of the same size. A 32in CRT, the biggest available, would use 322kWh.

Power consumption goes up as the screens increase in size, so the trust says that a big plasma model could use four times as much electricity and be responsible for the emission of four times as much carbon dioxide as the biggest CRT; they now account for twice as much as a fridge-freezer.

Now European governments are finalising a mandatory EU regulation to set minimum standards for televisions. The worst performers will be phased out, and the rest will have to be labelled with energy ratings which, says Defra, "will make it easier for consumers to identify the most and least energy-efficient televisions available". The scheme is modelled on an existing one for fridges and other white goods which has greatly increased their efficiency over the past decade.

The EU has already agreed minimum standards for the electricity consumed in standby mode. Defra says this should cause a fourfold drop by early next year in the energy used by a TV when it has been switched off by remote control instead of the main switch. Similar steps are being taken in Australia and the United States; in the US, 275 million televisions gobble up as much electricity as is produced by 10 coal-fired power stations.

Manufacturers are responding by making their products greener. The best new plasma televisions now use one-third less energy than the average, and new LED televisions, which are more efficient, are being developed.

http://www.independent.co.uk/

mercoledì 10 dicembre 2008

L'Italia trascina indietro il clima del mondo

10/12/2008 13:35
Clima: presentato oggi a Poznan il Rapporto di German Watch realizzato con la collaborazione di Legambiente

Italia agli ultimi posti tra i Paesi industrializzati per la Qualità degli interventi di riduzione dei gas serra


Italia in caduta libera nel Climate Change Performance Index del German Watch, il Rapporto internazionale che valuta la qualità degli interventi per la riduzione dei gas serra nei Paesi industrializzati ed emergenti realizzato con la collaborazione di Legambiente. Lo studio, che si sofferma sugli interventi positivi e strutturali di ogni singola nazione nel campo del riscaldamento globale, ci mette al 44 posto sui 57 paesi a maggiori emissioni di CO2 (insieme producono oltre il 90% dei gas serra a livello mondiale). Svezia, Germania e Francia sono il terzetto di testa. In quarta e quinta posizione, a sorpresa, ci sono India e Brasile. Mentre le ultime posizioni sono di Arabia Saudita, Canada e Usa.
L’Italia - che perde terreno rispetto alla scorso anno quando era al 41 posto - precede di poco Paesi come la Polonia e la Cina e ha le medesime performance negative del Giappone. “Una performance
disastrosa - sottolinea Legambiente, una delle associazioni ambientaliste internazionali che ha collaborato alla stesura del Rapporto - che rispecchia il cronico ritardo del nostro Paese nel
raggiungimento degli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto”. A spingerci così in basso in questa graduatoria sono l’assenza di una strategia complessiva per abbattere le emissioni di CO2, una politica energetica che punta sull'aumento dell'uso del carbone, il deficit di trasporti a basse emissioni. A 11 anni dalla firma del Protocollo di Kyoto c'è la constatazione che l’Italia è uno dei Paesi europei dove i gas serra sono cresciuti rispetto ai livelli del 1990 (+9,9%), nonostante il trattato internazione imponga un taglio del 6,5%

“A salvare l’Italia dagli ultimissimi posti della classifica – ha sottolineato Legambiente - le poche ma importanti misure adottate in questi anni, come il conto energia per la promozione del fotovoltaico o gli incentivi del 55 per cento per l’efficienza energetica. Misure
che paradossalmente sono proprio quelle finite nel mirino dell’attuale governo, che dopo aver eliminato l’obbligo della certificazione energetica degli edifici, ha tagliato il 55 %”.

La situazione dell’Italia, come sottolinea il rapporto, potrebbe presto diventare ancora peggiore, anche per il ruolo all’interno dei negoziati internazionali in corso. Insieme alla Polonia l’Italia è il
paese che merita il giudizio più negativo sul piano internazionale per i ripetuti tentativi di sabotare il pacchetto energia e clima dell’Unione europea.


L’ufficio stampa Legambiente
http://www.legambiente.eu/

martedì 26 agosto 2008

"McFashion" fa male al pianeta così inquina l'abito usa e getta
Un'inchiesta del Guardian denuncia i danni provocati dalla moda low cost
Fra le cause, i pesticidi utilizzati nelle piantagioni di cotone e la qualità dei tessuti


di SARA FICOCELLI


L'HANNO battezzata "fast fashion" perché i segreti del suo successo sono gli stessi che rendono immortale il cheeseburger: piace, costa poco e si consuma in fretta. Al prezzo di una maglia da boutique puoi comprarne 20 e cambiarne una al giorno per quasi un mese, sfamando il tuo bisogno di essere cool a morsi da 10 euro.

Questo meccanismo non alimenta solo lo sfruttamento della manodopera, spesso minorenne, ma inquina l'ambiente in modo silenzioso e progressivo. La denuncia arriva dal quotidiano britannico The Guardian che spiega quali siano i danni collaterali della moda usa e getta. Il tabloid riporta i dati raccolti dalla Defra (Department for Environment, Food and Rural Affairs) che ha analizzato l'impatto ambientale di diversi materiali tessili a basso costo. E secondo la quale la "McFashion", con il suo menu a base di jeans&T-shirt, produce ogni anno oltre 3 milioni di emissioni di diossina.

Difficile però contrastare un mercato che vive grazie alla riduzione del potere d'acquisto, capillarizzato con negozi in franchising da Londra a New York, che non segue la moda ma la detta. Star come Jennifer Lopez e Madonna hanno disegnato la linea di queste collezioni, Kate Moss è stata loro testimonial e il tutto è reso ancora più appetibile da un assortimento pazzesco. Le magliette vendute a 5 euro vengono per lo più fabbricate nei Paesi asiatici e sono fatte in cotone e poliestere. Questo mercato copre l'80% della produzione tessile del pianeta e attutisce i costi di spedizione coast to coast consentendo di risparmiare sulla qualità delle materie prime.

Vietato però generalizzare e puntare il dito contro un sistema che dà lavoro a milioni di persone e permette a tutti di vestire alla moda. Alexandra Shulman, editorialista di Vogue nel Regno Unito, è a favore della "cheap fashion": "Basta colpevolizzare le case produttrici di moda, trovo meraviglioso che si possa acquistare un vestito da sera per 20 sterline e cambiare abito ogni volta che si vuole. Provate a regalare a una teenager una costosa maglia di qualità: la indosserà una volta e poi tornerà a comprare quel miniabito floreale in fibra sintetica che ha visto in centro... Come darle torto!".

Insomma, secondo la giornalista del prestigioso magazine femminile, la moda usa e getta fa bene all'umore e al portafogli, due aspetti da non sottovalutare nell'era del trionfo degli psicofarmaci.

Daniela Tramontano è invece l'ideatrice del progetto "Il filo che unisce", concorso italiano sulla moda etica e sostenibile che nasce per sensibilizzare designer e consumatori a un approccio etico all'abbigliamento. "Ci sono aziende come la Remei AG che coltivano in India cotone biologico - spiega - nei Paesi asiatici c'è un tasso di suicidi altissimo dovuto alle condizioni in cui si è costretti a raccogliere il cotone, coltivato con pesticidi che provocano tumori e altre malattie. Una maglietta venduta a 10 euro cela un mondo di inguistizie e danni ambientali che noi possiamo solo intuire".

Paolo Zegna, vicepresidente di Confindustria e presidente di Milano Unica, il salone italiano del tessile che aprirà nel capoluogo lombardo il prossimo 16 settembre, è comunque ottimista sul futuro del mercato di qualità. "Nel mondo c'è un numero crescente di consumatori disposti a pagare un sovraprezzo per ricevere in cambio il top - spiega - questo non è in contraddizione con lo sviluppo della 'cheap fashion', direi che va in parallelo ed è su questo binario che dobbiamo attestarci".

Il tessile di qualità italiano ed europeo è eco-compatibile, rispetta normative severe e non causa danni all'uomo con l'utilizzo di tinture cancerogene. I vestiti prodotti da questo circuito costano decisamente di più ma, come dice una famosa pubblicità, ci sono cose che non hanno prezzo.

(26 agosto 2008) http://www.repubblica.it/

mercoledì 28 maggio 2008

Energia Solare x3 con le nanotecnologie

Energia solare moltiplicata per tre
SCOPERTA della Technische Universiteit di Delft, IN OLANDA Coi «nanoconduttori» anziché ottenere un solo elettrone da ogni fotone è possibile averne tre

27 maggio 2008

http://www.corriere.it/


AMSTERDAM (OLANDA) - Un team di ricercatori dell’Università di Tecnologia di Delft (Olanda) e della Foundation for Fundamental Research on Matter hanno utilizzato nanocristalli come semiconduttori, approdando a una significativa scoperta: la capacità di produzione di energia delle celle solari con l’uso di questi semiconduttori viene triplicata. Gli studiosi hanno ribattezzato il processo di moltiplicazione «effetto valanga».

LO STUDIO - Lo studio verrà pubblicato sulla rivista Nano Letter e subito dopo inizieranno le prime sperimentazioni. L’effetto valanga era già stato individuato in passato e nel 2004 uno studio dei ricercatori del National Laboratories di Los Alamos, in Nuovo Messico, ipotizzava che il miglioramento nelle prestazioni di un impianto per l'energia solare, grazie ai nanocristalli, potesse essere ben maggiore. Ora viene finalmente dimostrata la validità dell’effetto moltiplicatore di questo materiale, anche se si tratta di un’incidenza inferiore a quella ipotizzata.

L’ENERGIA SOLARE - Pannelli costosissimi per produrre relativamente poca energia: questo è uno dei mali dell’energia solare, ritornata più che mai in auge in tempi di crisi energetica. In Italia si annuncia la riapertura delle centrali nucleari, Veronesi e Rubbia dibattono sulla quarta generazione dell’energia all’uranio, sulla sua validità e sulle alternative esistenti, mentre ancora una volta ci si chiede perché, in un Paese come l’Italia, l’energia pulita e poderosa che ci regala il Sole non venga sfruttata a dovere. Dall’Olanda potrebbe arrivare una piccola rivoluzione.

Emanuela Di Pasqua

mercoledì 7 maggio 2008

Gli italiani bocciano i mezzi pubblici

In macchina, per scelta o per forza
Gli italiani non scelgono i mezzi
Il quinto rapporto sulla mobilità realizzato da Isfort per Asstra Cala il gradimento per bus e tram, va meglio la metropolitana
di DONATELLA ALFONSO

http://www.repubblica.it/
7 maggio 2008

GENOVA - A prendere il bus e la metropolitana gli italiani ci provano tutti i giorni (specialmente al Nord Ovest), e nel 2007 hanno confermato le buone intenzioni, spinti anche dal rincaro dei carburanti, facendo crescere addirittura di un miliardo e mezzo il numero dei passeggeri trasportati in un qualsiasi giorno medio feriale. Ma la fiducia è spesso mal riposta: e infatti crescono anche l'irritazione, i tempi di trasporto si fanno più lenti, la soglia di soddisfazione scende decisamente sotto la sufficienza. E si preferisce tornare all'amata-odiata auto: il trasporto pubblico non è all'altezza, starò in coda, ma almeno mi muovo come mi pare.

E non a caso "Così è, se vi pare" è il titolo del quinto rapporto sulla mobilità in Italia realizzato da Isfort per Asstra, l'associazione dei trasporti, che viene presentato stamani a Genova. Titolo pirandelliano per dire che la domanda di mobilità in Italia è arrivata al punto di non ritorno: il traffico è troppo e la benzina costa troppo cara per andare in auto, ma i mezzi pubblici non riescono, nonostante gli sforzi, ad essere all'altezza. E le misure di contenimento finora studiate per i grandi centri urbani - dalle targhe alterne all'introduzione dei divieti per le auto più inquinanti - sono considerate solo dei palliativi, ben lontani dal risolvere la necessità potenziale: muoversi e arrivare.

L'osservatorio "Audimob" di Isfort è prodigo di dati. Ci si sposta soprattutto nell'arco di dieci chilometri (anche se magari si è andati a vivere fuori, tanto che il dato riguardava il 79,8% di utenti nel 2000, e scende al 73,5% nel 2007) e aumentano gli spostamenti giornalieri complessivi (circa 123 milioni, +3,3% sul 2006). Ma bus e metropolitana sembrano più una condanna che una scelta, se è vero che si scende dall'82,8% all'81% di spostamenti quotidiani in auto, mantenendo l'11,5% del trasporto pubblico: la quota di utenti soddisfatti del trasporto su bus e tram è del 62,1% (69,4% nel 2006) mentre piace, anzi guadagna la metro (83,5% di soddisfazione, leggero incremento sul 2006). E comunque è un gradimento risicatissimo, sul filo del "sei politico", che scende inesorabilmente al cinque e mezzo nei grandi centri urbani. Chi non ama il bus si rifà col metrò: già nel 2006 il punteggio medio aveva raggiunto il "7", e nel 2007 siamo arrivati al 7,23. C'è bisogno di altro per capire che quello che piace agli utenti è poter viaggiare su linee dove, in genere, si può contare su servizi regolari?

Chi scende dal bus bloccato nel traffico, spesso ricorre al motorino: motocicli e ciclomotori salgono infatti in un anno dal 10,6% all'11,9% e il parco circolante delle due ruote è cresciuto ancora del 6%, arrivando a oltre 5,6 milioni di mezzi rispetto a 35 milioni e mezzo di auto (la crescita è stata solo dello 0,9%); nel 1985, tanto per avere un'idea, le auto erano 22,4 milioni e solo due milioni le due ruote.

Il caro benzina sta creando contrazioni importanti sul mercato dell'auto, ma chi una qualche quattroruote ce l'ha, ricomincia a usarla e sempre più incattivito, è il grido di allarme di Asstra, che cercherà, in due giorni di lavori a Genova, di mettere in chiaro le migliori politiche di trasporto pubblico. Che è più forte nel Nord-Ovest, dove raggiunge una quota di mercato del 19,3% rispetto alla media nazionale dell'11,5% e fa registrare un incremento stabile nel Nord-Est e anche al Centro, dove peraltro continua il boom dei motorini (10% dei mezzi usati, con Roma capitale), mentre Sud e isole si dedicano devotamente all'auto (86,7% degli spostamenti, con un 6,7% di trasporto pubblico e 6,6% di moto).

Ma perché non prendere il bus? E' poco comodo e poco accessibile, risponde il 70% del campione intervistato da Isfor, impiega troppo tempo (42,5%) e non offre collegamenti adeguati (17,1%), mentre minime sono le critiche sul costo e scende il fattore della preferenza tout court. Davvero critici sono soprattutto la disponibilità percepita del servizio e l'informazione su percorso, linee e orari. E siccome scende la velocità media (da 15,3 a 14,1 km all'ora), mentre addirittura le auto fanno registrare un leggero miglioramento, non ci sono corsie preferenziali che tengano: riprendiamoci l'auto, dicono i più esasperati che non vogliono saperne dei mezzi affollati, della forzata contiguità (anzi, dell'accatastamento dei viaggiatori).

Una sorta di "antipolitica" del trasporto pubblico per cui gli italiani vorrebbero, anzi vogliono prendere il bus ma alla fine, intrappolati nel traffico, cedono alla tentazione di contribuire a crearne ancora di più. Anche perché scende pure la mobilità "ecologica", dice la ricerca: nel 2007 gli spostamenti a piedi o in bici hanno subito un arretramento dell'1,4%, fermandosi al 32,5%. In attesa, è chiaro, che passi l'ultimo metrò.